• 27 Febbraio 2020

Quella diga in mani italiane alle spalle di Mosul. I conti in tasca

Al tiranno Saddam, oltre che la vita e a tutto quanto possedeva, hanno tolto anche il nome che dava alla più grande diga della Mesopotamia, lo sbarramento che regola le acque del Tigri che arrivano lì dalla Turchia. Ora, quella enormità di oltre 3 chilometri di cemento armato, sta traballando in attesa di un miracolo tecnologico di salvezza, è solo la ‘Diga di Mosul”, oppure, ‘la diga italiana’ come già dicono a Baghdad per scaricarsi da ogni responsabilità.
I tecnici della ditta Trevi come chirurghi nel tentativo di salvare la diga che incombe come una bomba non solo su Mosul ma su mezzo Iraq, e i militari italiani a proteggere i salvatori della diga.
Il primo gruppo di soldati italiani è arrivato a maggio, scrive su Internazionale Marina Forti, entro questo mese di ottobre saranno 500.

Un po’ di confusione in via XX Settembre, al ministero della difesa, a Roma: la task force a protezione della diga presentata come contributo italiano alla missione internazionale contro Isis e Stato islamico, mentre l’ufficio stampa dello stato maggiore precisa che i soldati italiani alla diga non partecipano ad azioni offensive. Contro Isis ma solo un po’. In altre parole, l’esercito italiano farà la scorta armata a un cantiere civile. Che in effetti è una cosa un po’ strana.
Ma parliamo delle diga. Alta 113 metri e lunga 3,4 chilometri, è la più grande diga dell’Iraq. L’invaso può contenere fino a 11,1 chilometri cubi d’acqua che scende dalla Turchia, distante solo 110 chilometri. Ha un impianto idroelettrico da 1.052 megawatt, fornisce acqua ed elettricità a Mosul e a gran parte della regione di Ninive.

Controllare la diga di Mosul vuol dire gestire la sete e l’energia del nord Iraq. Isis ha provato a possederla. Avevano preso anche la diga di Mosul, il 7 agosto del 2014, durante la ‘grande avanzata’, ma l’ha tenuta solo una decina di giorni. Da allora, nonostante l’Is occupi la città di Mosul da più di 2 anni, la diga è rimasta sotto il controllo delle forze governative.
Ma a minacciare la diga è ben altro. Costruita tra il 1981 e il 1986 da un consorzio italotedesco guidato dalla società Hochtief Aktiengesellschaft, poggia su fondamenta carsiche. Così, appena entrata in funzione, hanno scoperto che nella roccia alla base dell’impianto si aprivano grandi “buchi”, che andavano riempiti con cemento liquido: tra il 1986 e il 2014 oltre 350mila tonnellate di cemento sono state iniettate nelle crepe che si erano via via aperte.

Una bomba dal potenziale distruttivo inimmaginabile. Nel settembre del 2006 un rapporto del genio militare degli Stati Uniti avvertiva che “la diga di Mosul è la più pericolosa al mondo” e nel 2007 lo ‘Us Corps of engineers’ ha avviato un piano di manutenzione, finanziato con 27 milioni di dollari.
Da allora gli allarmi si sono ripetuti. L’ultimo -ricorda Marina Forti- è quello lanciato dal Centro comune di ricerca dell’Unione europea, in uno studio pubblicato nell’aprile del 2016: afferma che se anche solo un quarto del fronte della diga cedesse, la città di Mosul sarebbe investita nel giro di un’ora e mezza da un muro d’acqua alto fino a 25 metri, che l’ondata travolgerebbe poi Tikrit e Samarra e dopo tre giorni e mezzo giungerebbe a Baghdad, con una piena alta tra due e otto metri.

L’ex ingegnere capo della diga, Nasrat Adamo, in aprile spiegava al britannico The Guardian che la diga può sopravvivere solo con un continuo lavoro per riempire quei “buchi” nelle fondamenta; quando l’Is ha occupato l’impianto, la manutenzione si è interrotta, e quando le forze governative hanno ripreso il controllo, su trecento addetti ne sono tornati una trentina, i macchinari sono stati rubati o danneggiati e manca il cemento.
Nell’ottobre 2015 il governo iracheno ha lanciato una gara d’appalto per il consolidamento della diga. E qui è entrata in scena l’Italia. Il 15 dicembre l’annuncio che la ditta italiana Trevi aveva vinto la commessa per i lavori, e che l’Italia era pronta a garantire la sicurezza del cantiere inviando 450 soldati. Seguono mesi di tira e molla tra Baghdad e Roma si appalto e contingente a difesa.

Il 2 marzo 2016 il governo iracheno firma il contratto con l’italiana Trevi, azienda specializzata nell’ingegneria del sottosuolo per fondamenta speciali. Un comunicato dell’azienda precisa che il contratto, per 273 milioni di euro, non è stato assegnato per gara ma per “procedura d’urgenza, per via della situazione critica della diga”. In effetti non è chiaro se la gara sia mai avvenuta, o se Trevi fosse l’unico concorrente.
I dettagli sempre da Marina Forti su Internazionale. Il gruppo ha una filiale negli Stati Uniti, Treviicos, che ha lavorato per il genio militare degli Stati Uniti fin dal 2001. Trevi ha assorbito qualche tempo fa la Rodio, l’impresa milanese che faceva parte del consorzio costruttore della diga di Mosul negli anni ottanta. A dicembre, si disse che l’appalto era da due miliardi di dollari.

Trevi, un’azienda privata con azionista pubblico. Nel luglio 2014 il Fondo strategico italiano e la sua controllata, Fsi Investimenti, compagnie di investimento di capitale di rischio della Cassa depositi e prestiti, sono entrate nel capitale sociale di Trevi finanziaria con circa 101 milioni di euro, pari a circa il 16 per cento del capitale. Insomma, il secondo azionista del gruppo Trevi è lo stato italiano, e questo cambia la carte in tavola sulla scelta del presidio armato ad una operazione strategica ma assieme commerciale.
Lo stato ha promosso una commessa internazionale per un’azienda di cui è azionista, allo stesso tempo impegnando truppe italiane e quindi denaro del contribuente per la sua protezione, mentre molte imprese private lavorano in scenari di rischio senza una scorta armata a spese pubbliche.

Quanto costerà al contribuente la difesa del cantiere di Trevi? L’ufficio stampa dello stato maggiore spiega che si vedrà a consuntivo. Per ora rientra nei costi complessivi della missione in Iraq. Nella legge che rifinanzia le missioni militari italiane, la forza di protezione nell’area della diga è inclusa nella “proroga della partecipazione di personale militare alle attività della coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica del Daesh”, finanziata con 236,4 milioni di euro.
E qui, altra contraddizione, a task force a presidio della diga non partecipa all’offensiva per la città di Mosul -affermazione categorica dello stato maggiore della difesa- però rientra nella stessa missione e nello stesso bilancio.

Opportunismi su cosa di volta in volta vantare. L’Italia secondo contingente dopo gli Usa in Iraq (Pinotti), o il basso profilo oggi con la guerra che rischia di coinvolgere i nostri militari. 950 i soldati italiani coinvolti nella coalizione anti Isis, con compiti che vanno dai voli di ricognizione all’addestramento dei peshmerga. Assieme ai 500 a presidio della diga, faranno 1.450 militari.
Per la diga di Mosul, lavori cominciati questo ottobre, si è ancora nella fase preliminare, dicono i tecnici. Presto si entrerà nel vivo dei lavori -guerra permettendo- e secondo le previsioni ci vorranno almeno 18 mesi. Ci lavoreranno tra le 400 e le 450 persone, tra cui una quarantina di tecnici italiani.
Bilancio, un soldato di scorta per ogni operai sul fronte diga. Da rifletterci sopra a conti finali.

rem

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