giovedì 20 giugno 2019

Cyberguerra elettorale Usa alla Russia hacker, e poi?

ESCALATION PERICOLOSA –
Cyberwar. La Cia: “Pronto un attacco a Mosca”. Svelato un piano chiesto da Obama agli 007. La replica da Mosca: giocate con il fuoco. L’attacco è stato elaborato da Cia e National Security Agency. L’ambasciatore del Cremlino all’Onu: mai la tensione così alta dal 1973 nel corso della ormai dimenticata crisi petrolifera

Cyberguerra. La sta preparando la Cia, così ci dicono e noi facciamo finta di crederci. Un attacco informatico contro la Russia, per rispondere alle incursioni degli hacker di Mosca per interferire nelle elezioni presidenziali. La storia ormai vecchia delle mail interne al partito democratico che non mettono in gran bella luce la probabile presidente Clinton. Lo rivela la Nbc, mentre il clima delle relazioni bilaterali peggiora, ed è questa alla fine la cosa che più fa paura. Il Cremlino, giù sulla partita Siria, ha deciso di mandare la portaerei Kuznetsov nel Mediterraneo, mentre il suo ambasciatore all’Onu Churkin ha detto che la tensione fra i due Paesi è salita al livello più alto dal 1973.

Ma in realtà, cosa si prepara realmente? Sempre sulla Nbc, il vicepresidente Biden: «Stiamo preparando un messaggio a Putin. Lo faremo nei tempi che sceglieremo e sotto le circostanze che avranno l’impatto più grande». Alla domanda se gli americani si accorgeranno di questa operazione, Biden ha risposto secco: «Spero di no». Ed ecco la ‘cyberwar’, come la chiamano loro. Ad elaborarla è il braccio digitale della Cia, con l’aiuto della National Security Agency e del Pentagono. Le opzioni possibili sono molte: sul piano tecnologico Washington risulta più avanti di Mosca. Tra le ipotesi, rivelare le attività economiche svolte all’estero da Putin e gli altri oligarchi, in modo da imbarazzare il vertice russo davanti al mondo.

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Controindicazione, l’escalation delle tensioni, seguita certamente da rappresaglie. Già ieri WikiLeaks ha reso noti i famosi discorsi segreti di Hillary Clinton alla banca Goldman Sachs in cui l’ex segretaria di Stato dice di voler aiutare Wall Street a liberarsi dai regolamenti che la opprimono. Il suo braccio destro, John Podesta, è stato invece interrogato dall’Fbi a proposito delle violazioni delle sue mail, e ha accusato un vecchio confidente e stretto collaboratore di Trump, Roger Stone, di avere stabilito contatti diretti con Wikileaks in modo da creare un’alleanza per distruggere Hillary, con l’aiuto del Cremlino che preferirebbe l’amichevole Donald alla Casa Bianca.

Dalla fantapolitica alla realtà’, oltre le dichiarazioni televisive di un Biden. Cosa si sta preparando per il mondo, ben oltre le sfide cybernetiche? La campagna elettorale Usa ci propone due stereotipi: Trump isolazionista e Hillary offensivista, e gli Stati Uniti passati dal ruolo di “poliziotti del mondo” del secolo scorso, ad “esportatori di democrazia” del nuovo millennio. Strategia elaborata da Dick Cheney e Donald Rumsfeld durante la presidente Bush. Rimarginate le ferite dell’11 settembre, la dottrina Obama ha scelto il “soft power”, la sola forza della diplomazia per evitare il coinvolgimento diretto in avventure militari, con operazioni minimali, cosiddette “chirurgiche”.

Funzionerà anche domani o siamo ad vigilia di svolta preoccupante? I problemi, per molti analisti, rimangono attorno ad Afghanistan, Siria e Libia. L’America che non ha più bisogno di quel petrolio e che abbandona guardando all’Asia e al Pacifico, e la Russia che ha riempito uno dopo l’altro quei vuoti rilanciando nuove alleanze e sconvolgendone di vecchie. Esempi? Con la Libia del generale Haftar, con l’Egitto del presidente Al Sisi, con la Turchia di Erdogan, e persino con lo Stato di Israele di Netanyahu. La volpe Putin o è ancora ‘caccia alla volpe’? Aver spinto Mosca nell’inferno mediorientale come tattica per logorare la Russia i cui sforzi bellici nel ‘MENA’, Medio Oriente e Nord Africa, potrebbero piegarne l’economia.

Ma questi sono interrogativi seri, altro che ‘Cyberguerra’.

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