• 19 Febbraio 2020

Verso la battaglia di Mosul, ma il dopo è rischio Iraq

Baghdad non vede l’ora di farla finita con i jihadisti, ci racconta la stampa trombettiera dall’Iraq. Troppo ottimismo per una battaglia niente affatto facile e scontata che Obama aveva quasi preannunciato con un ordine di servizio per le sue forse armate di attacco a Mosul. Il 19 ottobre segnalano i servizi segreti israeliani, mercoledì prossimo, sperando che il preavviso Usa favorisca la fuga del grosso delle formazioni armate del califfato. Ma non sarà facile.
Durante un colloquio a New York con Abadi, il presidente statunitense Barack Obama ha messo in evidenza i pericoli della missione: “La battaglia sarà dura. Mosul è una grande città e l’Is si è profondamente radicato”.

Problema vincere, ma soprattutto, non perdere dopo aver vinto. Quesito chiave: cosa succederà se l’operazione dovesse avere successo?
Cosa accadrà in Iraq tra le diverse componenti etniche e religiose del Paese di fatto quasi disgredato tra un sud sciita con Bassora capitale, un centro sunnita attormno a Baghdad ma senza petrolio, e un nord curdo sempre più separatista e indipendente.
Secondo molti osservatori non si può escludere che l’Iraq ripiombi in una nuova guerra civile.

Le organizzazioni umanitarie e non solo gli strateghi, temono inoltre che il costo della liberazione di Mosul sarà molto alto e che l’esodo di massa che ne verrà provocherà una crisi umanitaria senza precedenti. Gli stessi iracheni fanno previsioni angosciose per “il giorno dopo” e, in particolare, per le eventuali rappresaglie contro le persone che saranno accusate di aver collaborato con gli uomini di Abu Bakr al Baghdadi. Sui social network circolano già delle minacce – con tanto di foto e indirizzi – contro i presunti collaboratori dei jihadisti, accompagnate da messaggi espliciti come: “Vi aspettano morte e vendetta. A presto”.

mosul-truppe

Rispetto a questi timori, la composizione del forze militari ‘alleate’ contro Isis. Oltre agli USA, l’altra componente decisiva è rappresentata dalle milizie paramilitari sciite, gestite formalmente dal governo del premier iracheno Haider Al Abadi ma di fatto coordinate da Teheran. Forze decisive Ramadi e Falluja, dove però sono state denunciate stragi di sunniti che avrebbero compiuto. Per i sunniti jihadisti o loro presunti complici il rischio di vendette è fortissimo.

Ahmed al-Assadi, il portavoce delle forze paramilitari ‘Hashed al-Shaabi’, leForze di Mobilitazione Popolare), ha garantito che i miliziani sciiti si limiteranno a “espellere i criminali terroristi dell’ISIS che hanno usurpato l’Iraq”. Ma il rischio di nuove pulizie etniche è altissimo e la componente minoritaria di miliziani sunniti all’interno di Hashed al-Shaabi, su cui tanto aveva puntato Al Abadi per scongiurare nuove rappresaglie interetniche, si sta rivelando ininfluente.

Lo stesso Al Abadi, nel suo intervento a New York per l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha provato a spostare l’attenzione dalle rese dei conti tra sciiti e sunniti all’operazione militare nel suo complesso. Il premier ha affermato che nella provincia occidentale di Anbar la maggior parte delle città sono ora sotto il controllo del governo, spiegando che sono in corso rastrellamenti per stanare jihadisti arroccati soprattutto nella zone di Ramadi ed Heet. L’immagine di un Iraq compatto che di fatto non esiste.

Sono molti gli analisti che temono per ciò che accadrà a Mosul e nella provincia di Ninive, una volta che si dovrà colmare il vuoto di potere lasciato dallo Stato Islamico. In questa provincia vivo molte etnie, comunità religiose e tribù: arabi, curdi, sunniti, sciiti (compresa la minoranza di rito shabak), sabei, yazidi e cristiani. Da tempo circolano voci sulla possibilità di assistere a una scissione della provincia di Ninive. Il 9 settembre, Athil al-Nujaifi, ex governatore della provincia, ha detto all’agenzia turca Anadolu, che un progetto per la divisione di Ninive in sei o addirittura otto parti sarebbe già in corso: metà finirebbe sotto l’amministrazione del Kurdistan iracheno, l’altra sotto il controllo del governo centrale di Baghdad.

Remocontro

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