sabato 20 luglio 2019

Vajont, l’impossibile lasciato accadere

Vajont, memoria necessaria da quel 9 ottobre 1963. Il ripetere senza mai riuscire a capire sino in fondo come quel dramma sia potuto accadere. Dalla natura crudele colpevolizzata sul momento, alle colpe umane, in una catena di responsabilità mai pienamente definire e colpite. Non solo omaggio alle vittime e alle sofferenze dei sopravvissuti ma memoria monito rispetto ad una tutela del territorio che in Italia continua ad essere assolutamente carente e irresponsabile.

Sono le ventidue e trentanove del 9 ottobre 1963. A Longarone, cittadina a nord di Belluno lungo il corso del Piave, la gente assiepata nei bar sta guardando una partita di calcio alla televisione perché nell’Italia di quegli anni non tutte le famiglie disponevano di un apparecchio a casa. All’improvviso un’interruzione della corrente elettrica fa correre tutti in piazza e – dopo un boato – si leva un vento impetuoso. In pochi minuti Longarone e alcune frazioni sono letteralmente sommerse e spazzate via da una massa di venticinque milioni di metri cubi di acqua fangosa. Una frana di dimensioni gigantesche era infatti piombata nel bacino della diga del Vajont provocandone la tracimazione. La massa d’acqua, superato il bordo della diga con un’ondata di venti metri, aveva imboccato la stretta gola aumentando la velocità di caduta: precipitata sul fondo valle del Piave era rimbalzata in avanti per ripiombare poi sull’abitato di Longarone.

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Sembrò una tragedia improvvisa, legata all’imprevedibile scatenamento di forze della natura, ma – con il passare del tempo e soprattutto attraverso le conclusioni di varie inchieste – la tragedia assunse un significato diverso. Per prima cosa ci si rese conto che non si era trattato affatto di un evento inatteso o soprannaturale: da almeno una settimana la massa franosa si era rimessa in movimento provocando piccole scosse che avevano lesionato strade ed edifici dei paesi di Erto e Casso. La cosa era stata rilevata da tutti gli abitanti della zona causando tensione e soprattutto grande incertezza sulle decisioni. Alla popolazione però non era noto che la massa franosa si era rimessa in movimento già da parecchi mesi, per il semplice fatto che era stata stesa volutamente una cortina di silenzio sui rischi maggiori temuti e mai confessati.

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Un bilancio spaventoso: una stima ufficiale diffusa tuttora parla di 1910 vittime, ma considerando dispersi e vittime mai identificate, sembra ancora inferiore alla realtà. La corrente trascinò lungo il corso del Piave decine di corpi che furono raccolti solo parecchi giorni dopo a chilometri di distanza, né fu possibile scavare accuratamente per ricercarne altri sul greto davanti a Longarone. La pietosa opera di recupero ad un certo punto fu interrotta: la macabra conta si fermò a quella cifra e i resti furono tumulati in uno spazio ai margini della valle. Per lungo tempo il cimitero delle vittime del Vajont conservò le sembianze severe di un cimitero di guerra e una nuova sistemazione recente scatenò altre polemiche particolarmente dolorose tra i parenti delle vittime.

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Parlare oggi di Vajont significa riaprire una ferita forse mai rimarginata, soprattutto tra gli abitanti della valle. La parola più mormorata è ‘giustizia’, perché tuttora si manifestano dubbi e perplessità sull’andamento delle inchieste e soprattutto sull’individuazione delle responsabilità: si tratta di interrogativi che non danno pace ai superstiti. Il 20 febbraio 1968 infatti, dopo un’istruttoria durata più di quattro anni, il tribunale di Belluno aveva rinviato a giudizio undici imputati. Dopo vicende giudiziarie molto complesse e un trasferimento del processo all’Aquila, nel 1971 la Cassazione confermò due condanne: una a cinque anni (cui seguì un condono dopo due anni di pena scontata) e una a dieci mesi, un giudizio finale incomprensibile davanti a 1910 vittime.

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