giovedì 20 giugno 2019

Tra le pietre antiche di Venezia, mani tese ad ogni calle. Città fatte di uomini o di pietra?

Gatto randagio a Venezia per la biennale di architettura quasi a giustificarsi. Ponti, traghetti, calli, turisti ma non solo. Mani tese ad ogni angolo. E sono tanti, e sono masse. A Venezia come altrove ridisegnano i volti delle strade, perché, è proprio vero, sono gli uomini, e non le pietre, a fare le città. I popoli come l’acqua, “che segue il suo andare e quando incontra ostacoli scava nuovi letti, e quando troppo preme e troppo si gonfia non c’è argine che tenga…”.
Appunti di un gatto randagio, guardando al tramonto il cielo sopra Venezia ..

Gatto Randagio vi aveva promesso Venezia. Dunque…
Fra ponti, traghetti, calli, campi, folle di turisti, molti piccioni e qualche gabbiano… che per un randagio non c’è posto migliore per sentirsi ogni volta a casa senza essere a casa, e struggersi l’anima al ricordo delle sue lune… ma non è di romanticherie che vi voglio parlare.
Questa volta s’è andati a Venezia per un salto alla Biennale d’Architettura, e vagolando qua e là, fra i padiglioni dell’Arsenale, alcune immagini a un tratto hanno incantato il randagio, che fermando il suo inquieto andare si è perso nei colori del Kumbh Mela, il pellegrinaggio Hindu, che in India ogni tre anni, ogni dodici per l’appuntamento più importante, porta milioni di fedeli a radunarsi per immergersi nella acque sacre di un fiume……

Che c’entra con un incontro sull’architettura? Si è chiesto, ignorante, il gatto.
C’entra e come, spiegava il documentario. Perché, sapete?, ad ogni appuntamento, con l’arrivo di tutta quella gente, ai bordi dell’acqua sacra nasce una città, che vive il tempo dei due mesi del raduno. Una città di milioni di abitanti, che al termine del festival religioso i monsoni spazzano via…
E così nascono paesaggi effimeri. “Perché nulla è permanente e nulla è sacro”, spiega Rahul Mehrotra, architetto indiano e docente alla Harvard University che, partendo dalle città transitorie dei Kumbh Mela, racconta la sua idea di “urbanistica effimera” come necessità di considerare nei progetti urbanistici e architettonici il tempo della durata e farne elemento principe. Per approfondimenti rimando a studi di settore…

Ma era ancora lì a perdersi, il gatto, nelle immagini rutilanti di arancio e bianco, e in cieli e in acque da brivido, che viene attratto da un altro documentario che si srotola sulla parete accanto.
All’inizio ancora immagini dell’incontro religioso hindu, ma poi lo scenario cambia, e compare una distesa enorme di tende nel deserto… altro cambio di pagina, e sono ora baracche a disegnare il tessuto di strade, incroci, slarghi, addossate agli snodi di una città… ancora uno sfondo diverso, e ci si perde nell’affastellarsi di cose e gente su un confine, a ridosso di fili spinati… e poi, ancora, l’illusione di vita di un campo profughi…
Luoghi, tutti, dove si cerca di ricostituire, come possibile, per quanto possibile, i riferimenti della vita collettiva. Insomma, la comunità della città. Anche se dura il tempo, breve e lunghissimo, delle carestie, delle guerre, delle fughe, il tempo del passaggio delle feste… E il volto e i volti dei luoghi dell’uomo ogni volta si ridefiniscono, creando paesaggi mobili, con buona pace dell’idea di permanenza come unico modo nel quale siamo abituati a pensare i nostri luoghi del vivere.

Capite bene che, rientrando dalla visita all’Arsenale, al gatto, la terra, anzi tutti i ponti, tremavano sotto i piedi… Pensando a masse enormi fluttuanti sulla terra e nella storia, a costruire paesaggi urbani che si compongono e si scompongono… compaiono e poi spariscono… Paesaggi effimeri, come è il passaggio nostro tempo, anche se si ostina l’uomo, che al suo essere effimero non vuole rassegnarsi, a costruire con la pesantezza delle pietre e dell’acciaio.
Grande emozione scoprire le città dell’effimero fra le pietre antiche di Venezia.. E forse non poteva che capitare proprio lì, dove non sai mai dove finisce l’acqua e dove comincia la pietra.

E così è ritornato, il gatto, verso campo San Barnaba, dove ha la fortuna di essere accolto, con la testa piena di pensieri, anche confusi. Rimuginando sulle città, di quanto siano sempre in fondo luoghi del cambiamento. Anche quando solide e immutabili come pietre. Sempre ci pensano gli uomini a modificarne i contorni e i colori… e non sta pensando, il gatto, guardandosi intorno, all’enorme flusso di persone che ogni giorno sbarcano sulla laguna e il giorno dopo già non ci sono più. Che volete… un gatto randagio, che spesso cammina rasente ai muri, inciampa sempre in quelli che a ridosso delle strade chiedono la carità…
E immagino l’avete notato anche voi il mutare, nel tempo, degli sguardi, dei vestiti, dei colori… intorno ad un unico gesto, di chi chiede, in un modo o nell’altro, aiuto…

Era stato colpito, una decina di anni fa e più, il gatto, dal numero di rom, accovacciati su ponti e calli a chiedere l’elemosina, ma lo scorso anno, sul suo percorso, già ne aveva incontrati di meno, sostituiti da un venditore di poesie, un suonatore di violino, un’anziana veneziana che proprio non ce la faceva più. E alcuni ragazzi di colore.
Il primo, giusto dietro san Barnaba, che neppure balbettava l’italiano, e due domeniche fa era ancora lì, e ancora allungando la mano pronuncia poche sommesse parole, inghiottite dalla vergogna… e ce ne sono molti ora, qua e là, e accanto a quelli vomitati dal mare, quelli buttati in strada dal lavoro per il quale erano arrivati, che prima c’era e ora non c’è più.

E sono tanti, e sono masse. A Venezia come altrove ridisegnano i volti delle strade, perché, è proprio vero, sono gli uomini, e non le pietre, a fare le città.
Pensando, a questi ed altra gente venuta dal mare o passata dai valichi… e ai paesaggi effimeri che nel loro cammino disegnano…
I popoli sono come l’acqua, che segue il suo andare e quando incontra ostacoli scava nuovi letti, e quando troppo preme e troppo si gonfia non c’è argine che tenga…

Appunti di un gatto randagio, guardando al tramonto il cielo sopra Venezia mentre passa, enorme, una nuvola grigia e rosa. La luce sulla laguna ne è talmente in un incanto soffusa, che tutto sfuma e chissà dove finisce l’acqua e dove inizia la pietra…
Guardando lo stesso cielo, “forever, forever..” sussurra un ragazzo alla ragazza alla quale è abbarbicato… E chissà, ne sorride perfido il gatto, se domani sarà ancora vero…

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