mercoledì 20 marzo 2019

La Palestina che non c’è al funerale dell’israeliano Peres

«Il popolo ebraico non è destinato a occupare, a governare un altro popolo… abbiamo un’altra storia e tradizione come popoli, noi siamo nati contro lo schiavismo»: la frase di Barack Obama che pronunciava l’orazione funebre per l’ex presidente israeliano Shimon Peres è piombata su una cerimonia ufficiale ingessata e tutta rivolta alla memoria. Ma c’è un futuro rimosso, quello dei palestinesi e dello Stato di Palestina, che ancora preme. Sulla questione israelo palestinese, l’avvio di un approfondimento di Aldo Madia

Obama, un pezzettino di Nobel per la pace ha voluto provare a guadagnarselo.
«Il popolo ebraico non è destinato a occupare, a governare un altro popolo… abbiamo un’altra storia e tradizione come popoli, noi siamo nati contro lo schiavismo».
«Israele ha vinto tutte le guerre ma non quella maggiore: quella di non aver più bisogno di vincere».
Nell’orazione funebre per l’ex presidente israeliano Shimon Peres, il presidente statunitense ricorda al mondo che esiste ancora una ‘questione palestinese’.
La frase detta a Gerusalemme nella celebrazione tutta israeliana e di fronte ai leader di mezzo mondo, è stato un gesto di grande forza destinato a lasciare il segno.
Obama, del resto, è l’uomo che all’Università del Cairo nel 2009 concludendo l’appello ai giovani del mondo arabo confessava: «Sento in cuor mio la disperazione del popolo palestinese, ancora senza terra e senza patria».

Obama non è molto amato dall’attuale gruppo dirigente ultra destro di Israele, e Shimon Peres, colomba vera o falco un po’ più intelligente degli altri, farà litigare ancora a lungo la storia. Peggio per l’altro popolo in campo, 6 milioni di persone che vivono sotto occupazione militare dal conflitto del 1967, due Risoluzioni Onu che impongono il ritiro semplicemente sbeffeggiate, mentre il popolo palestinese è racchiuso da un Muro voluto da Sharon, ma approvato da Peres. Di questo ha voluta far cenno Obama al funerale di Peres. Perché la questione palestinese nell’Israele di oggi, è pure peggio di quanto accaduto sino a ieri.
E non conforta molto il saluto tra Netanyahu e Abu Mazen ai funerali di Peres. Il presidente dell’Anp, in casa palestinese conta sempre meno. Mentre molto di più dicono alcune assenze. Re Abdallah di Giordania e il presidente egiziano Al Sisi, alleati di ferro con Israele ma con problemi con le opinioni pubbliche di casa. Insomma, la diaspora palestinese nel mondo arabo non è affatto capitolo chiuso.

Sulla coerenza politica americana, osserva Tommaso Di Francesco sul manifesto, forti dubbi.
La consegna in questi giorni a Netanyhau di 38 miliardi di dollari in armi, a sostenere uno degli eserciti più potenti del Medio Oriente e del mondo, ad esempio. L’altalenante Obama oggi, ma domani dalla Casa Bianca potrebbe arrivare molto di peggio. Donald Trump, che vuole Gerusalemme capitale indivisa d’Israele quando le Risoluzioni Onu ribadiscono che appartiene a due popoli e a tre religioni, oppure Hillary Clinton che ha promesso a Netanyahu nessuna intromissione Usa in casa sua, colonie o non colonie in espansione che siano.
Ed ecco che l’occasione del gesto di coraggio di Obama al funerale di Peres rilancia una attenzione ingiustamente trascurata. Da oggi su Remocontro una analisi di Aldo Madia, vecchio frequentatori di terre palestinesi con strani incarichi di Stato, sulle posizioni conflittuali israelo palestinesi. Qui di seguito un primo assaggio.

 

LE POSIZIONI CONLITTUALI ISRAELO PALESTINESI

di Aldo Madia

  • A settembre, il premier israeliano Benjamin Netanyahu scrive nella sua bacheca facebook che “qualsiasi futuro smantellamento di colonie ebraiche in Cisgiordania costituirebbe una violazione dei diritti dei coloni e una pulizia etnica”.
  • Il primo ministro ripete di fatto ciò che disse l’ex ministro degli esteri Abba Eban che nel 1969 definì il possibile ritorno ai confini pre-1967 come “qualcosa che ricorda Auschwitz”, paragonando l’eventuale ritiro dai territori occupati nel ’67 a un altro genocidio del popolo ebraico e questa volta anche all’interno della Palestina.
  • L’evocazione delle terribili e disumane violazioni perpetrate durante la Shoah con il massacro di sei milioni di innocenti consentirebbe di presentare la colonizzazione come una misura preventiva contro un altro Auschwitz.
  • In risposta, il segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, definisce “oltraggioso e inaccettabile definire pulizia etnica l’opposizione alle colonie in Cisgiordania (22% della Palestina storica)… Gli insediamenti (nei Territori occupati) sono illegali per la legge internazionale. L’ occupazione israeliana oppressiva e soffocante deve finire”.
  • Le tensioni fra Israele e ONU sono evidenziate anche dagli ordini che il ministro della difesa Avigdor Liederman avrebbe dato ai suoi ufficiali e ai ministri di boicottare l’inviato dell’ONU in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, per le sue critiche sull’espansione delle colonie in Cisgiordania, secondo quando riportato dal quotidiano israeliano “HaAretz”.

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