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giovedì 19 Settembre 2019

Vittime dell’11 settembre contro l’Arabia Saudita, ora è possibile

MA PER I SOLDATI USA RECIPROCITÀ E GUAI – Il Congresso americano ha inflitto la più dura sconfitta di tutta la presidenza ad un Barack Obama uscente, e lo ha fatto su uno dei temi più scottanti di politica estera. La possibilità per i familiari delle vittime dell’11 settembre di far causa a Paesi coinvolti, l’Arabia Saudita tanto per non far nomi. Atto di giustizia certo, ma che mette a rischio non solo storiche alleanze politico militari ma fa prevedere scontate ritorsioni giudiziarie e penali contro soldati e agenti Usa operativi all’estero.

L’America tra testa, cuore e pancia, non sa più con quale parte di se stessa cercare di governare ancora il mondo.
La testa, il presidente Obama, aveva messo il veto della Casa Bianca sulla legge che consente alle vittime delle famiglie e ai sopravvissuti di attentati terroristici di portare in tribunali Usa paesi stranieri ritenuti coinvolti o responsabili. L’Arabia saudita e la sua petromonarchia medioevale, tanto per non fare nomi. Le ragioni del veto, interessi strategici (militari e petroliferi) americani prevalenti.
Il cuore della cittadinanza americana chiedeva invece giustizia, facendo pressione sulle parti politiche al Congresso e al Senato perché si opponesse al veto presidenziale.
La pancia politica nel corso sofferto travaglio elettorale tra Hillary e Trump, butta alle ortiche gli interessi strategici del Paese (e vedremo che sono davvero molti) e va all’incasso di voti facili o almeno, cerca di non perderne.

Prima il Senato e poi la Camera hanno votato a schiacciante maggioranza bipartisan il ribaltamento del veto della Casa Bianca. La legge entra adesso automaticamente in vigore.
Obama nei suoi otto anni di presidenza non aveva finora mai perso una decisione su un veto -ne ha posti dodici- ma sul finire del secondo e ultimo mandato l’influenza è tradizionalmente in calo.

La legge in questione, è decisamente delicata. Non solo Obama ma le stesse forze armate avevano messo in guardia i parlamentari dal procedere, affermando che la scelta metterebbe in discussione alleanze strategiche e la condotta della politica estera. Ma sopratutto la sicurezza delle truppe Usa schierate in Paesi stranieri, esposte a rappresaglie legali.
La famosa immunità imposta per i militari Usa in missione estera (ricordate la strage del Cermis in Italia?), diventerebbe sempre più difficile da sostenere.

L’ex ambasciatore all’Onu John Bolton e l’ex Ministro della Giustizia Michael Mukasey, entrambi repubblicani in carica sotto l’amministrazione di George W. Bush, hanno esplicitamente fatto riferimento alla possibilità che soldati o agenti dell’intelligence statunitense finiscano in tribunale all’estero: «Un errato bombardamento con i droni che uccida dei civili in Afghanistan può facilmente far scattare denunce che chiedano di portare personale statunitense davanti a tribunali stranieri».

Obama, in un’ultima lettera rimasta senza effetto, proprio ieri aveva scritto: «La legge né protegge gli americani da attacchi terroristici, né migliora l’efficacia della nostra risposta a simili attacchi. Le conseguenze potrebbero essere devastanti per il Dipartimento della Difesa e per il suo personale, e non c’è dubbio che le conseguenze potrebbero essere altrettanto significative per i nostri diplomatici e funzionari dell’intelligence».

Il dibattito sulla legge si è intensificato dopo che il governo americano ha declassificato a luglio 28 pagine di documentazione prodotta da una Commissione d’inchiesta parlamentare sui potenziali legami analizzati dall’Fbi tra i dirottatori dell’11 Settembre e cittadini sauditi. Riad ha tuttavia sempre respinto sospetti di coinvolgimenti ufficiali dell’Arabia Saudita negli attentati.

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