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domenica 15 Settembre 2019

Republika Srpska si festeggia e riscopriamo una Bosnia nuda

BALCANI SEMPRE A RISCHIO – Un voto divide la Bosnia e torna la paura nei Balcani. Secondo i sondaggi il 99,8% dei votanti serbi ha detto «sì» al referendum che chiedeva se doveva esserci una ‘festa nazionale’ della Republika Srpska, con buona pace della Bosnia unitaria di cui quel pezzo di territorio e di popolo è ‘Entità’ statuale autonoma (espressione inventata). Quesito strumentale e plebiscito scontato. A creare allarme internazionale il persistere delle spinte identitarie nazionali a 20 anni dalla conclusione del sanguinosissimo conflitto

Frammenti di Bosnia e un referendum caricatura. Più o meno come andare e chiedere tra i soci di un Club di calcio se si doveva festeggiare la squadra del cuore. Quesito strumentale e plebiscito scontato. La domanda a cui hanno risposto ieri 1,2 milioni di elettori dell’entità serba della Bosnia-Erzegovina oltre che scema, poteva apparire quasi innocente: «Volete celebrare il 9 gennaio come festa nazionale della Republika Srpska?». Un referendum per istituzionalizzare una ricorrenza, tra l’altro già festeggiata, nulla più. Al quale, tra l’altro, secondo i sondaggi, ha risposto «sì» il 99,8% dei votanti.

Peccato che la domanda in questione e la relativa ‘festa nazionale’ che ne dovrebbe scaturire, non sia nazionale ma di una componente etnico-‘politica incollata a forza negli accordi firmati a Dayton, con cui si disegnavano le condizioni per un cessate il fuoco, 1995, nella speranza di farle diventare una vera pace. Architettura costituzionale bosniaca folle, e i nazionalismi contrapposti, 2016 ancora trionfano. In più, le elezioni interne in Serbo Bosnia, aiutano i politici locali a inseguire il più facile consenso popolare degli orfani di Karadzic e Mladic. Demagoghi arruffa popoli già visti in campo.

L’Alta Corte della Bosnia-Erzegovina aveva già bocciato una volta l’iniziativa perché «in aperta violazione dei diritti di croati, bosniaci musulmani e altre persone non serbe residenti nella Rs». La risposta alla sentenza del presidente Milorad Dodik è stata quella di rilanciare con la consultazione popolare. Sfida a incasso elettorale, ma molto rischiosa. Troppo simile a quanto fecero nel 1992 i parlamentari serbo-bosniaci proclamando la Repubblica serba di Bosnia, atto di secessione da Sarajevo, che portò alla guerra etnica che sconvolse la Bosnia con 100 mila morti e la fine della Jugoslavia.

Anche problemi reali in campo. Mire separatiste serbe sollecitate da uno Stato bosniaco dominato da una Sarajevo «sempre più islamizzata» -l’accusa abbastanza reale- e che mette in crisi la stessa Federazione croato-musulmana -l’altra entità della Bosnia-Erzegovina definita dagli accordi di Dayton- una federazione lacerata al suo interno dalla voglia dei nazionalisti croati, quelli dell’ Erzegovina con Mostar città ‘capitale’, di avere a loro volta una entità statale autonoma all’interno di questa Bosnia Stato che a fatica si barcamena tra mille ricatti etnici, storici e religiosi contrapporti.

LA FOLLIA COSTITUZIONALE BOSNIACA

La Bosnia-Erzegovina è uno stato nato formalmente nel 1992, dalla proclamazione di indipendenza dalla Jugoslavia. La scintilla che estese al territorio bosniaco il conflitto tra serbi e croati nella allora Repubblica Federale Socialista. La guerra civile si concluse con gli Accordi di Dayton del 1995.

Costituzione paranoia
Tre entità territoriali: la Federazione di Bosnia-Erzegovina (Federazione di Bih), la Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina (Republika Srpska, Rsb) e il distretto di Brčko, un’unità amministrativa autonoma nella parte nord-est del paese.
Tutela internazionale. La Repubblica di Bosnia-Erzegovina è, ancora oggi, un paese in parte governato da un’autorità straniera. Al fianco delle istituzioni locali federali vi è la figura dell’Alto rappresentante nato degli Accordi di pace di Dayton.
Presidenza a tre membri, rappresentativi delle tre comunità di cui si compone il paese – i bosgnacchi (ossia i bosniaci di fede musulmana), i serbi e i croati.
Presidenza a turno. Per tentare di limitare le tensioni interetniche, i tre assumono la presidenza, a rotazione, ogni otto mesi e vengono eletti direttamente per un mandato di quattro anni.
Parlamento nazionale. Ventotto membri del parlamento nazionale sono scelti dalla Federazione di Bih e 14 dalla Rsb, la Repubblica serba.
Assemblee nazionali. Lo stesso risultato è stato ottenuto a livello delle singole assemblee nazionali.
I cantoni. Dieci in Cantoni di cui è composta la Federazione di Bih, sei a maggioranza bosgnacca, quattro a maggioranza croata.

Frammenti di Jugoslavia
Chi vive la Bosnia-Erzegovina. Quadro etnico e confessionale modificato dalla guerra civile. In base al censimento del governo, ottobre 2013, il 48% della popolazione è bosgnacca di fede musulmana; il 37,1% è serba, per lo più di fede ortodossa; il 14,3% è croata, di fede cattolica, mentre la restante parte della popolazione appartiene ad altre minoranze etnico-religiose (rom, gorani ed ebrei).
Decrescita. Rispetto ai circa 4,3 milioni di persone risiedenti in Bosnia nel 1991, la popolazione si è oggi ridotta a 3,8 milioni. Guerra civile ma non soltanto. Le 100.000 vittime, l’immigrazione d’allora senza successivo ritorno, la caduta economica del Paese con la fine del mercato interno della Grande Jugoslavia.
Identità nazionali. Tasso di alfabetizzazione oltre il 98%, ma bosgnacchi, serbi e croati, pur frequentando la stessa scuola, seguono differenti programmi. Le persone sono discriminate sul lavoro, nella ricerca di alloggio e nell’accesso ai servizi sociali nelle regioni dove il loro gruppo etnico non è maggioritario. Anche la libertà di religione è di fatto garantita solo là dove il proprio gruppo religioso è maggioritario.
Corruzione. Un altro grave problema è la corruzione: la Bosnia-Erzegovina è all’80° posto della classifica mondiale di Transparency International 2015.

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