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sabato 18 Gennaio 2020

In Cina a scuola di marxismo

Michele Marsonet, illustre cattedratico in Italia, finito a scuola di marxismo in Cina. Un po’ per scherzo, questo incipit, molto sul serio il racconto, vero e proprio documento, sulla recente esperienza del nostro autore a Pechino. Davvero in una scuola di Marxismo dove, scopriremo, erano i docenti a chiedere. La Cina ideologicamente comunista ed economicamente liberista in fase di transizione in cui non ancora è chiara l’evoluzione futura della nazione.

Invitato a svolgere una serie di lezioni presso un’università di Pechino, approfitto dell’occasione per incontrare i docenti della locale “Scuola di marxismo”. In effetti ho avanzato io stesso la richiesta, e i dirigenti della BUCT University (Beijing University of Chemical Technology) l’hanno subito accolta.
Una premessa. In Cina l’insegnamento del marxismo è tuttora obbligatorio, nel senso che ogni studente, indipendentemente dal corso di studi prescelto, deve superare alcuni esami di filosofia ed economia marxiste. Nel colosso asiatico è stata insomma pienamente conservata la tradizione che vigeva in Unione Sovietica e nei Paesi dell’ex blocco socialista. Solo che a Mosca, Budapest, Varsavia etc. tali corsi – o almeno quelli obbligatori – sono spariti, mentre a Pechino si continua così anche dopo la caduta del Muro di Berlino e il crollo sovietico. Aggiungo che le “Scuole di marxismo” sono presenti in tutte le università della RPC, senza eccezioni.

Inutile dire che la faccenda m’incuriosisce moltissimo, e per buoni motivi. Desidero capire, innanzitutto, come si concilia una simile ortodossia sul piano accademico con il liberismo più o meno selvaggio praticato invece a livello economico e finanziario. E poi spero anche di comprendere come si giustifichi tale insegnamento obbligatorio nella situazione concreta che i cittadini cinesi vivono quotidianamente. In altre parole, che c’entrano i molti “tycoon” locali che circolano per le strade della capitale in Ferrari o Lamborghini con l’apparente ortodossia comunista che viene invece incoraggiata negli atenei (e pure nelle scuole secondarie)?
La speranza di capire cosa sta succedendo in Cina è stata però frustrata nel corso dell’incontro di cui sopra. Mi attendevo che corsi obbligatori come quelli dianzi menzionati offrissero agli studenti i tradizionali materialismo dialettico e materialismo storico che fanno perno sulle tesi della triade Marx-Engels-Lenin, magari con puntuali riferimenti al pensiero di Mao Zedong. In altre parole il classico “Diamat” che regolava ogni discussione filosofica nei Paesi del socialismo reale non solo ai tempi di Stalin, ma anche nei decenni successivi.

Nulla di più lontano dalla realtà. I colleghi di Pechino mi fanno capire di preferire altri autori assai poco ortodossi, tra i quali mi limito a citare l’ungherese Gyorgy Lukacs e i rappresentanti della Scuola di Francoforte come Adorno, Horkheimer e Marcuse. Insomma un marxismo che di ortodosso ha ben poco, e che venne a più riprese “scomunicato” dai filosofi sovietici ufficiali. E di Lukacs è menzionato proprio il celebre “Storia e coscienza di classe”, caposaldo del marxismo umanistico e d’impronta hegeliana.
Non solo. Trattando il tema del realismo, argomento classico nell’epoca dell’ortodossia sovietica, noto che i colleghi cinesi avanzano tesi che, a quei tempi, sarebbero state bollate come “idealismo” perché negano l’esistenza di una realtà esterna indipendente dagli esseri umani. E cito – come dimostrazione – il Lenin di “Materialismo ed empiriocriticismo”, opera in cui il leader bolscevico si scagliava contro ogni forma di idealismo. E, ancora una volta, i docenti della “Scuola di marxismo” replicano rifacendosi ad autori decostruzionisti il cui legame con l’ortodossia è quanto meno dubbio (per non dire inesistente).

Insomma Lenin e l’Engels di “Dialettica della natura” sono trascurati in loco, mentre si offrono corsi che in Occidente verrebbero riferiti al cosiddetto “pensiero debole” (e Gianni Vattimo ne sarebbe entusiasta). Il nome “Scuola di marxismo” è dunque un po’ fuorviante. Meglio sarebbe dire che gli studenti apprendono nozioni che, una volta, gli ortodossi bollavano come “borghesi e decadenti”.
Questa storia è interessante da molti punti di vista, e mi limito a sottolineare quello che è – a mio avviso – il principale. La Cina si trova in una fase di transizione in cui non ancora è chiara l’evoluzione futura della nazione. Il tentativo di salvaguardare in università e scuole secondarie l’ortodossia marxista si scontra con la realtà concreta, nella quale le vecchie categorie non paiono più adeguate. E, allora, si tratta di vedere fino a quando il Partito riuscirà a mantenere l’attuale sistema di istruzione senza esacerbare le tensioni che già ora si percepiscono. Non solo a Hong Kong, ma in ogni parte del territorio.

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