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venerdì 18 Ottobre 2019

L’informazione e la Rai, un futuro credibile?

Criticità diffuse: sfiducia nelle istituzioni, populismo, disaffezione verso l’Europa, trovare lavoro e fonti di informazione affidabili, quindi anche la Rai. Andrea Melodia, esponente dell’Ucsi, stampa cattolica, sulla Rai, di cui è stato dirigente, vola alto senza senza però concedere sconti sulle cose che andavano e andrebbero fatte che sono state invece accantonate. Pezzo da ‘terza pagina’, dopo le ire di Remocontro ieri, sulla scemenza di vincoli contrattuali violati nel caso Semprini per puro ‘bullismo dirigenziale’.

La Rai nel sistema Paese
Nella società italiana ci sono troppe criticità (per esempio la sfiducia nelle istituzioni, il populismo, la progressiva disaffezione verso gli ideali dell’Europa, la difficoltà soprattutto per i giovani di trovare lavoro e fonti di informazione affidabili) per non ritenere necessario un buon servizio pubblico di comunicazione, visto che dalla qualità del sistema scolastico e di quello della comunicazione dipendono la cultura del sistema paese, anche in termini di capacità di sviluppo. Il giornalismo, come ha detto ieri il presidente Mattarella alla Scuola di giornalismo radiotelevisivo di Perugia, è “l’ossatura della consapevolezza” di ogni società.
Cosa dovrà fare in concreto la concessionaria del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale, come la legge in vigore ormai lo definisce? Attendiamo dal governo le linee guida della concessione, alla quale seguirà la redazione di un nuovo contratto di servizio quinquennale; intanto diamo per scontato che sarà la RAI ad ottenere il rinnovo della concessione.
Ma non possiamo, non vogliamo dare per scontato che sia la stessa RAI di oggi.
Guardiamo soltanto all’informazione, colonna portante di un servizio pubblico che deve fare molto altro.

I tanti giornalisti Rai
Parliamo per una volta solo dei giornalisti dipendenti, dei privilegiati che ricevono uno stipendio regolare. La RAI ha in organico quasi 2000 giornalisti, sui circa 11200 giornalisti dipendenti attivi nella informazione diretta al pubblico. Poco meno di 1 su 5 sono RAI. Dati 2014 del rapporto del gruppo Libertà di Stampa Diritto all’Informazione, LSDI.
Per di più i giornalisti dipendenti che fanno informazione al pubblico nel 2014 erano meno del 60% del totale dei giornalisti dipendenti, mentre nel 2000 erano il 76%. Attenzione a questo dato: significa che aumentano i giornalisti regolarmente stipendiati che lavorano negli uffici stampa aziendali e nelle pubbliche amministrazioni, mentre diminuiscono quelli che fanno informazione diretta al pubblico.
Però quelli RAI non diminuiscono, caso mai aumentano: dunque la RAI ha oggettivamente un peso sempre crescente nel sistema di informazione italiano. È non solo di gran lunga la principale fonte di informazione nel paese, ma anche la struttura portante dell’intero giornalismo professionale. Credo che si possa dire che senza RAI il sistema previdenziale dei giornalisti, INPGI e quello sanitario, Casagit, sarebbero a rischio ben più di quanto comunque rischino per effetto della crisi.
Questa la rilevanza strutturale: ma a questo punto è necessario chiedersi dove si collochi questa massa d’urto del giornalismo italiano, all’interno di quel gigantesco processo di trasformazione che è in corso per effetto della rivoluzione digitale.
A che punto si trova la RAI nella necessaria evoluzione? Se è avanti, traina il sistema; altrimenti lo rallenta. E i suoi giornalisti in particolare?

Sistemi di produzione
Vediamo anzitutto il fronte strutturale, quello costituito dai sistemi di produzione e dalla loro evoluzione digitale. Solo da poco è stata completata la digitalizzazione della produzione e solo da poco all’interno della Direzione produzione TV è stata creata una struttura tecnica ad hoc per il giornalismo.
Le competenze si costruiscono anche sulle strutture produttive disponibili, e dipendono anche dall’età media del personale. Non ho dati aggiornati sull’età dei giornalisti Rai, ma sono certo che sono sconsolanti.
Il vero problema è l’attitudine, la disponibilità dei giornalisti ad attuare la rivoluzione digitale. Perché se un giornalista, per bravo che sia, si ostina a produrre il suo pezzo solo per una edizione del TG, a chiudere alle 8 meno un quarto una notizia che avrebbe potuto dare ore prima, a sottovalutare le necessità di aggiornamento della notizia, a pretendere mezzi di produzione complessi e costosi che oggi non sarebbero necessari; e tutto questo beninteso lo fa con il consenso, se non il plauso, del suo direttore, allora evidentemente i due sottraggono al pubblico, cominciando dai giovani, quello che al pubblico servirebbe.

Qualità digitale
Molti colleghi si lavano la coscienza convinti che abbia ancora senso una sorta di difesa del giornalismo tradizionale, strutturato, che viene ritenuto competente e responsabile, in contrapposizione al pressapochismo, al copia e incolla, al dilettantismo e alla irresponsabilità che sarebbero prerogative del web e dei social media.
È vero, in parte; ma non ci si rende conto che l’unica soluzione per mantenere alta la qualità del giornalismo – cartina di tornasole della qualità di un paese – sta nell’estendere al mondo digitale competenza e responsabilità: e questo può essere fatto solo accelerando al massimo la evoluzione digitale, la presenza e il ruolo nel web delle imprese informative esistenti, dei grandi giornali, e naturalmente soprattutto della RAI, con la sua massa d’urto.
È quello che ha fatto la BBC, che ha creato un portale informativo attivo a livello globale che resta un punto di riferimento per la qualità dell’informazione e che viene logicamente a monte, non a valle, della informazione BBC sui canali tradizionali radiotelevisivi.
È quello che hanno fatto negli Stati Uniti giornali come il Washington Post, che dalla cura di Jeff Bezos, un visionario che partendo da Amazon vuole muoversi alla conquista dello spazio, ha dimostrato che un giornale si può salvare dal fallimento e rilanciare – oggi ha più di un milione di abbonati online – semplicemente mettendo nelle redazioni decine di ingegneri che lavorano al fianco dei giornalisti: non solo per rendere efficace la loro presenza sul web, ma anche per sviluppare nuovi servizi informativi, per aumentare le inchieste basate sull’esame dei dati – il data journalism – per fornire risposte informative costruite sulle necessità dei nativi digitali, che ormai non sono più ragazzini, perché sono entrati nel mondo del lavoro.

‘Media company’ quando?
Allora mi devo preoccupare molto se non trovo quello della RAI nell’elenco dei primi 50 siti
consultati in Italia.
Perché questo ritardo?
La definizione legislativa di RAI come media company risale appena all’inizio di quest’anno, quindi il ritardo è anche responsabilità politica.
A parole, il problema è chiarissimo ai vertici RAI.
Parlando ieri a Perugia il DG/AD Campo dall’Orto ha detto di volere “una media company, in grado di lavorare in ogni piattaforma per raggiungere ogni cittadino dove vuole e quando vuole, con tutta la nostra offerta di contenuti che trova il suo senso più profondo proprio nell’informazione”.
Ma poco è avvenuto che andasse davvero in questa direzione, almeno nella struttura concreta delle redazioni.
Non vengono affrontate a fondo le difficoltà oggettive: l’età media, i processi formativi; e la produzione digitale continua a svilupparsi autonomamente per testate, perpetuando l’idea della concorrenzialità e della incomunicabilità interna.

L’accorpamento delle testate?
Si stavano prospettando l’anno scorso passi avanti con il progetto di accorpamento delle testate. Non era solo questione di combattere la lottizzazione o di razionalizzare produzione e palinsesti. C’era anche l’idea che il web non dovesse continuare a essere solo la vetrina dell’esistente ma un vero centro di propulsione e garanzia dell’informazione.
Ora tutto questo non dico sia sparito, ma certo è divenuto più evanescente. Ancora una volta il web viene affrontato nella pratica come “una cosa in più da sviluppare”, e non come lo strumento principe della modernità per realizzare ogni forma di comunicazione. Come qualcosa da affidare a tecnici separati dalla massa d’urto della pratica professionale.
Questo ha permesso alle testate tradizionali, radiofoniche e televisive, di continuare indisturbate la loro pacifica marcia verso la progressiva delegittimazione da parte dei nativi digitali.
Sia pure tra molte preoccupazioni, anche il sindacato dei giornalisti aveva accettato che si intervenisse sulle testate. Il progetto è saltato per mancanza di visione, più che per opposizione politica.

Reinventare, non rottamare
Ovvero: non ci si rende conto che per riformare la RAI occorre una pars destruens, che non è una volgare rottamazione dell’esistente e delle sue competenze, ma la reinvenzione su basi nuove di priorità, principi, competenze.
Qualcosa, è necessario aggiungere, che ha un grande bisogno anche di un’etica professionale nuova, di radicali processi di selezione e di formazione, di una presa di coscienza del ruolo del giornalismo nella società; che può e deve essere una delle fondamentali ragioni della utilità e necessità di un servizio pubblico non orientato al profitto ma al servizio della società e delle sue tante emergenze, capace di coltivare un’idea dell’Europa, di contrastare i populismi, le paure diffuse, di accompagnare l’inevitabile multiculturalità secondo modalità di tolleranza e rispetto.
A proposito: riusciremo mai a ottenere che la Scuola di Perugia divenga a tutti gli effetti, con buona pace dell’Ordine dei giornalisti e della stessa RAI, la scuola dei giornalisti del servizio pubblico?
La mia speranza e che rapidamente, nei prossimi mesi, il processo di costruzione della nuova concessione e del successivo contratto di servizio possano rimettere in moto una sorta di pars destruens soprattutto nell’informazione RAI – potremmo ragionare a lungo sugli altri settori aziendali – come premessa indispensabile per cominciare a ricostruire.

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