venerdì 26 aprile 2019

Tregua in Siria, tentativi rianimarla tra le accuse

«Il cessate il fuoco non è morto», rilancia il segretario di Stato americano, John Kerry, dopo un nuovo incontro a New York con il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov. Sul campo, ripresa degli scontri su molti fronti, e scambio di accuse sui chi abbia colpito il convoglio umanitario diretto ad Aleppo. Onu contro Assad, ‘nessuno ha fatto più morti di lui in Siria’.

La speranza dicono sia l’ultima a morire, ma in Siria, sperando nella tregua, si continua a morire. L’Onu annuncia la sospensione temporanea della distribuzione di aiuti alle popolazioni allo stremo dopo i raid compiuti lunedì sera su un convoglio umanitario vicino ad Aleppo, eppure e per fortuna ancora si insiste. «Il cessate il fuoco non è morto», lancia alla speranza il segretario di Stato Usa, John Kerry, dopo essere tornato ad incontrare a New York il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov. Speriamo che la dichiarazione sia basata su novità a noi non note. Certo che a distanza di 11 giorni dall’accordo tra le due superpotenze che aveva portato alla tregua e fatto rinascere le speranze di una soluzione diplomatica al conflitto, il deterioramento della situazione sul campo lascia poco spazio all’ottimismo.

I ministri trattano tra loro, ma le due capitali sono sempre ai ferri corti. Mosca insiste con il bombardamento della Coalizione internazionale a guida americana che sabato ha ucciso decine di soldati siriani in una base a Deyr az Zor. Da Washington, anzi, New York, all’Onu: Kerry ha definito l’attacco al convoglio nella località di Uram al Kubra, che ha provocato una ventina di morti, una “vergognosa violazione del cessate il fuoco”. La Russia e la Siria, prime imputate per l’episodio, continuano a respingere ogni accusa. Le Nazioni Unite non hanno rivolto accuse precise a nessuno, ma Amnesty International, citando testimoni locali, ha parlato di raid compiuti da “elicotteri e jet di fabbricazione russa” che sono durati per due ore. E ciò, “accresce i sospetti che le forze del governo siriano abbiano deliberatamente attaccato l’operazione di soccorso”.

Di attacco “selvaggio e apparentemente deliberato”, compiuto da “codardi”, ha parlato anche il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, aprendo l’Assemblea generale. E, sebbene non abbia imputato esplicitamente l’episodio a Damasco, il segretario generale ha scagliato un attacco frontale al regime di Bashar al Assad: “Tanti gruppi hanno ucciso molti civili in Siria, ma nessuno ne ha uccisi di più del governo siriano, che continua a bombardare quartieri e a torturare migliaia di detenuti”, ha accusato il segretario. Per il coordinatore umanitario dell’Onu, Stephen O’Brian, se risultasse essere un atto deliberato, il raid “equivarrebbe ad un crimine di guerra”. L’Osservatorio nazionale per i diritti umani, altro schieramento, sostiene che, oltre alle vittime nel convoglio, almeno altre 20 persone sono state uccise in raid governativi e russi su Aleppo e nei dintorni.

L’Onu ha fatto sapere che i convogli umanitari sono stati sospesi solo come “misura di sicurezza immediata”, ma che rimane impegnata per “fornire aiuti a tutti i siriani che li necessitano”. Dunque ancora un barlume di speranza. Mentre Pawel Krzysiek, portavoce del Comitato internazionale della Croce Rossa a Damasco, ha detto all’Ansa che la sua organizzazione “non ha sospeso nessuna attività”. A dimostrazione tuttavia dei rischi che corrono i soccorritori, la Mezzaluna rossa siriana ha sottolineato che ben 54 dei suoi operatori sono stati uccisi dall’inizio del conflitto, l’ultimo dei quali nell’attacco di lunedì sera. E l’Unione delle organizzazioni siriane per il soccorso umanitario ha detto che ogni 17 ore un servizio medico è colpito, si tratti di ospedali, dispensari, farmacie, medici, paramedici o ambulanze.

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