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giovedì 19 Settembre 2019

Libia, due italiani rapiti: predoni o gesto politico?

Due italiani rapiti nel sud della Libia proprio quando in quel Paese martoriato stanno per arrivare i 300 militari della missione ‘Ippocrate’ a Misurata. Sono Bruno Cacace, 56enne di Borgo San Dalmazzo. Cuneo, e Danilo Calonego, 66enne della provincia di Belluno. Il sequestro, non rivendicato, è avvenuto a Ghat, città nella regione meridionale del Fezzan, a pochi chilometri dal confine con l’Algeria.

Due italiani rapiti ed è una pessima vigilia per la missione ‘Ippocrate’ che sta per sbarcare a Misurata l’ospedale da campo e gli oltre 200 parà di contorno. Gli elementi essenziali della storia della nuova emergenza Libia per l’Italia.
I rapiti: i dipendenti della società «Con. I.Cos.» Bruno Cacace, 56 anni, e Danilo Calonego, 68. Con loro anche un collega canadese. Stavano lavorando alla manutenzione dell’aeroporto locale.
Dove: Ghat, una delle città più remote del Fezzan a pochi chilometri dal confine con l’Algeria.
I dubbi: azione di predoni a caccia di soldi o gesto politico anti italiano o anti occidentale? Se sono semplici banditi, evitare che i tre rapito possano essere venduti a qualche gruppo terrorista. Infine, perché i due connazionali e il collega italocanadese si spostavano senza scorta?

I due italiani sequestrati
I due italiani sequestrati

Predoni o terroristi
La prima pista esplorata per tentare di arrivare ai carcerieri è quella delle tribù locali. Una banda di predoni che potrebbero essere stati attratti dalla possibilità di ottenere velocemente un riscatto. Evitare quindi che i due connazionali possano diventare merce di scambio con i terroristi. Nella zona dove è avvenuto il sequestro le autorità locali negano la presenza di gruppi terroristi, ma sono vicini il confine algerino, a quello del Mali e del Niger.
L’Italia, nessuno lo dice ma tutti lo temono, potrebbe essere diventata bersaglio proprio per la sua sempre maggiore presenza in Libia. Pista politica che farebbe temere una azione mirata contro gi due italiani per lanciare un messaggio a tutti gli occidentali presenti nel Paese e ritenuti invasori.

Ipotesi ‘rapimento lampo
Tra le ipotesi quella di un ‘rapimento lampo’ con immediato pagamento di un riscatto e rilascio degli ostaggi, che non si è chiuso subito. E’ quindi iniziata una fase delicatissima che può diventare pericolosa man mano che passa il tempo. La zona del sequestro è conosciuta dall’intelligence. Si tratta di un’area nella quale imperversano tribù tuareg e trafficanti di ogni tipo. Non mancano infiltrazioni jihadiste. Ma proprio quella del gruppo criminale ‘comune’ sembra per ora la pista privilegiata per risalire agli autori del sequestro. Come l’esperienza del precedente rapimento dei quattro operai della Bonatti in Libia insegna, tuttavia, il fatto non costituisce alcuna garanzia di una rapida risoluzione del caso.

I «nuclei speciali»
In Libia, da tempo sono presenti militari italiani dei corpi speciali operativi sotto il comando dei nostri servizi segreti esteri, l’Aise. Una presenza che certamente agevola la possibilità di aprire direttamente un canale di mediazione, ma tutto ciò non basta certo a rassicurare.
Molti punti risultano ancora oscuri sia sulla dinamica del sequestro, sia rispetto al ruolo svolto dai due tecnici. Si sa che da tempo lavorano per l’azienda piemontese e a Ghat si occupavano della manutenzione dell’aeroporto. Ma, alla Farnesina non risulta fossero registrati nel Paese. Né si comprende come mai, dopo i numerosi appelli affinché chi si trova in Libia si muova sempre con adeguate misure di sicurezza, fossero a bordo di un auto senza scorta, solo con l’autista.

La zona del sequestro
Ghat è una delle città più remote del Fezzan a pochi chilometri dal confine con l’Algeria. Un vecchio forte costruito dalle truppe coloniali italiane negli anni Trenta sulla collina più alta domina il nucleo urbano con il suo antico mercato coperto che ai tempi di Gheddafi era meta del turismo internazionale. La polizia libica nega che qui sia presente Isis.
Gli inquirenti devono invece fare i conti con tribù Tuareg, spesso in lotta tra loro per un’oasi, l’accesso a una zona di palme da dattero, e più di recente per il controllo del traffico di migranti dall’Algeria, che però negli ultimi tempi si è spostato a est e ovest su piste meglio organizzate.

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