domenica 24 marzo 2019

Deutsche Bank sotto schiaffo Usa: i segreti dei «subprime»

Tempi difficili per il governo di Berlino, batosta elettorale e 14 miliardi di dollari di multa dagli Usa per il pasticcio “subprime”. Nelle elezioni regionali di Berlino il partito di Angela Merkel perde voti e forse il governo del Land. Salgono i populisti anti migranti che però fanno il gioco dell’avversario e imporranno un governo a sinistra. Ma la vera bomba arriva da Washington, dove il governo chiede alla Deutsche Bank di pagare una montagna di soldi di multa. Ci spiega di cosa si tratta Antonino Di Stefano.

La crisi economica e finanziaria sembra non avere mai fine, almeno per l’Europa. Ogni giorno, una novità con nuovi contraccolpi, spesso amplificati da speculatori, caimani ed avvoltoi. L’ultimo episodio ha colpito la Deutsche Bank (e, in borsa, tutto il sistema bancario europeo), perché il dipartimento di Giustizia americano ha proposto di chiudere una indagine sulla banca tedesca, relativa ai mutui “subprime”, con il pagamento di 14 miliardi di dollari. Non è una novità. La storia era già nota e, probabilmente, si chiuderà con un accordo al ribasso. Tanto basta, però, per creare confusione.

Negli Stati Uniti, dal 2008 ad oggi le multe comminate alle banche internazionali per comportamenti scorretti ammontano a circa 200 miliardi di dollari, molti dei quali in capo a banche americane. Strascichi di una finanza malata, qualcuno la definì “creativa”: un nostro ministro del Tesoro la applicò con risultati che fanno sentire il loro peso ancora sul bilancio pubblico. I mutui “subprime” sono una sottospecie. Sono prestiti concessi a soggetti che non hanno le caratteristiche giuste per ottenerli. Le banche, di manica larga in tempi di vacche grasse, glieli hanno dati lo stesso e hanno fatto loro acquistare la casa, concedendo mutui al 100% (non al 70-80% come da consuetudine) di un valore magari gonfiato rispetto a quello reale.

Le banche, poi, hanno “impacchettato” questi prestiti e li hanno messi a garanzia di obbligazioni che hanno venduto (con profitto e liberandosi del rischio) a destra ed a manca. Lo hanno fatto tutti, americani, europei, extracomunitari inglesi (è una battuta, ma non tanto) in primis. Dal 2007 questa impalcatura è crollata miseramente. Non appena le acque hanno cominciato a calmarsi, la giustizia americana si è data da fare per riparare ai danni che erano stati fatti. A gente ignara, ma anche ad investitori avveduti ma avidi, oltre che al Tesoro americano, visto che è dovuto intervenire in tanti casi per evitare il fallimento delle banche stesse.

Gli americani lo hanno potuto fare perché, nello stesso tempo, la loro economia ha ripreso a correre, le banche hanno ricominciato a macinare utili ed i loro bilanci, bene o male, hanno potuto sopportare il peso di questi macigni che vi precipitavano sopra. La stessa cosa non è possibile oggi in Europa, specialmente in certi Paesi, che versano nelle condizioni che conosciamo. Compresa la Germania, dove alcune banche rischiano di travolgere il sistema finanziario mondiale. È il caso della Deutsche Bank che turba i sonni della cancelliera Merkel e del ministro Schaueble, anche se non lo danno a vedere.

La politica dei tassi zero applicata dalla BCE limita fortemente gli utili di questa e di altre banche che, nello stesso tempo, sono gravate da una montagna di derivati (siamo sempre nel campo della finanza creativa), da crediti inesigibili e da costi di gestione eccessivi.

In Italia, il problema principale è quello dei crediti problematici, quelli difficilmente riscuotibili, che hanno portato al fallimento di alcune banche ed appesantiscono i bilanci di altre. Insomma, la situazione è tale che, ad ogni stormir di fronda, le banche europee soffrono. Si sta provvedendo, dicono, ma intanto i soliti furbi si arricchiscono e le moltitudini diventano sempre più povere e vessate. L’iniziativa del dipartimento di Giustizia americano apre, piuttosto, un altro interrogativo: come mai questa ricerca di colpevoli da sanzionare è a senso unico e non avviene anche il contrario?

Principalmente perché le banche europee (BNP Paribas, Deutsche Bank, appunto, e molte altre) sono state molto attive sui mercati americani, mentre il flusso contrario è stato limitato. Più correttamente, gli americani hanno collocato prodotti finanziari (molti di essi “avariati”), anche in Europa, ma lo hanno fatto attraverso fondi di investimento e società, non direttamente. Forse ragioni di opportunità politica hanno frenato finora la giustizia europea.

Ma se così fosse, per esempio, perché i sottoscrittori italiani di prodotti finanziari Lehman Brothers, distribuiti attraverso una grande banca italiana e ritrovatisi con un pugno di mosche in mano, devono cercare tutela giudiziaria da soli e non attraverso gli organi dello Stato? Intanto, però, gli americani non perdono occasione per colpire l’animale ferito, questa Europa che trova nella divisione la sua più grave debolezza.

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