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venerdì 20 Settembre 2019

Ermanno Rea nel ricordo di un ‘mascalzone’

È morto il giornalista e scrittore Ermanno Rea. Nato a Napoli nel 1927, città alla quale è rimasto sempre molto legato. Rea, scrittore prolifico, ha vinto il premio Viareggio nel ’96 con il romanzo autobiografico Mistero napoletano e il Campiello nel ’99. In autunno è prevista l’uscita di un ultimo romanzo, Nostalgia, ambientato a Napoli.
Qui il ricordo affettuoso di Daniele Protti, allievo indisciplinato del Rea giornalista al Globo.

Quando Michele Tito, direttore del Secolo XIX a Genova, venne nominato direttore de Il Globo, a Roma, chiamò Ermanno Rea che aveva già lavorato con lui a Genova, per allestire la redazione centrale (interni, economia, esteri). Raccomandata di ferro era Carmen La Sorella, ma Rea non riuscì a capire perché si era trovato due giovanotti che non conosceva: un ex de Il Lavoro di Genova (diretto da Giuliano Zincone) come il sottoscritto, e uno stravagante ex-Manifesto come Stefano Bonilli.

Ma legò soprattutto con noi due perché si divertiva con le battute di Stefano e con una coppia alla quale bastava un foglietto d’agenzia per partire subito. E di solito tornavamo con della “ciccia”. Va ricordato che quel giornale era uno dei primissimi ad essere composto e poi stampato con i computer in una cantina che allora sembrava ipertecnologica (poi si rivelò un bidone, un sacco di soldi buttati via).

Con Ermanno c’era un rapporto meraviglioso, se il direttore gli diceva di mandare da qualche parte La Sorella (per un servizio di moda o cose del genere), poi veniva a dirci: “ma voi che fate, oltre a farmi ridere?”. I cronisti, rispondevamo, quindi andiamo a cercarci le notizie. Non era convinto, ma quando tornavamo c’era sempre qualcosa, e -nonostante i dubbi di Tito- le pagine di cronaca erano buone. Quando usciva dallo studio del direttore era sempre mogio, perché Tito non perdeva l’occasione fare commenti dubbiosi e sostanzialmente negativi.

Così con Stefano abbiamo deciso di andare a rompere i santissimi nei palazzi della politica: a tre metri dall’ingresso del Globo c’era il casermone di Botteghe Oscure, e avevo qualche amico che mi dava le dritte. Stefano tirava fuori qualche litigata tra i “big” del Manifesto, insomma Tito aveva sempre da bofonchiare qualcosa, ma tutto usciva. Ermanno, dopo che Tito se n’era andato (alle 18 “staccava”), veniva a leggerci alcune cosa che stava scrivendo per i suoi libri, e rideva sempre quando riusciva a dare a me o a tutti e due degli ignoranti perché non sapevamo nulla di Napoli.

E dopo la chiusura, spesso a cena insieme, con i suoi racconti napoletani e le anticipazioni sul libro che stava scrivendo. Negli anni successivi, ovviamente, non ci saremmo persi per nulla al mondo la presentazione di un suo libro, perché era felice, appena ci vedeva cominciava a ridere dandoci dei “mascalzoni” ma abbracciandoci. E firmando il libro al “mascalzone Daniele” e al “mascalzone Stefano”.

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