domenica 21 ottobre 2018

Suorine di Teresa colorate e nere tonache, suorine arcobaleno

Suorine. I sari bianchi e azzurri colore del cielo. Ma prevale il nero e il grigio. Gatto randagio, gatto birbante per le strade di Roma nei giorni della santificazione di madre Teresa di Calcutta. Suore, suorine spesso giovani e ancora sorridenti con i volti di tutti i colori del mondo, costrette il più delle volte in tristi e soffocanti abiti bui… Beatrice, una ragazzina che, ascoltando discorsi di adulti a proposito di religioni, ha mormorato: “Io diventerò buddista!”. E perché mai? Le hanno chiesto i grandi. Risposta: “Perché sono colorati”.

Incrociando l’altro sabato una breve processione di suorine, che attraversavano in fila per due piazza san Giovanni… Inconfondibili, le suore di Madre Teresa di Calcutta, che sciamavano via, a prepararsi al giorno che avrebbe visto santa la loro Madre Teresa, minute e leggere, come la stoffa dei loro sari bianchi e azzurri…
Se ne incontrano spesso, di suore, qui sulle strade che s’incrociano fra i percorsi che vanno da una basilica all’altra, da San Giovanni in Laterano a Santa Maria Maggiore, e se ne incontrano di ogni ordine e congregazione, e di ogni paese. A vederle a volte, come queste e qualcun’altra del colore del cielo, lasciano dietro di sé un senso di leggerezza, allegria, persino, a volte. Che tutte del colore del cielo dovrebbero vestire. Ma invece…

Va beh, prendetela come volete… l’avvertenza è che si tratta di appunti in libertà di un gatto birbante, che spesso s’intristisce, sbirciando passi nascosti sotto abiti cupi…
Osservando, dunque, in altra occasione, un gruppo di suorine vestite di rigide, nere tonache, s’era messo, il gatto, a seguire i loro passi infagottati, incupiti da tutto quel nero che uniformava il loro andare un po’ impacciato. Gatto indiscreto, affretta il passo per superarle e allungare lo sguardo… così scopre che alcune erano bianche (di pelle, intendo) altre di colore.
“Ma i sorrisi di tutte sembravano smorzarsi nella rigida mestizia degli abiti, tristi come un pianto”. Appunto di gatto randagio, certo estraneo al sentire di quelle suore, proiettate in tutt’altre, sante e serene, per altri versi invidiabili, forse, dimensioni…

E quella tristezza è tornata insistente qualche tempo dopo che s’era seduto in autobus (i gatti randagi a volte approfittano dei mezzi pubblici) giusto di fronte a una giovane suora. Non riusciva a staccarne gli occhi di dosso. Incantato dalla sua pelle, che era di un bellissimo colore ambrato, ipnotizzato dai tratti somali dell’ovale del viso, dagli occhi brillanti di cerbiatta.
“Che peccato!”, ha pensato quel birbante di un gatto. “Costringere nel pesante rigore di forme non proprie quei corpi elastici e snelli, e nati liberi, che sanno di corse e di vento. Imbrigliare col nero, il grigio, il marrone di spesse stoffe, corpi cresciuti nei colori delle tele d’Africa. Che sanno di vita e di terra, e che delle cose più belle della terra hanno la morbidezza e la naturale eleganza. Per noi, diciamo la verità, ormai perdute”.
Pensiero quasi soffocante, mentre ha continuato a osservare, insistente e maleducato, i lineamenti della giovane donna. Era bellissima. E struggeva la linea malinconica della sua bocca, mentre con la testa appena inclinata guardava, sembrava senza vedere, l’asfalto fuori dal finestrino. E chissà di quali nostalgie era affollata la sua testa…

E doveva essere giornata di incontri e raduni quel giorno, perché ad una fermata poco prima di Santa Maria Maggiore, l’intero autobus si riempie di una piccola folla di suorine, tutte giovanissime, dai tratti asiatici. Tutte imbrigliate nel nero e nel grigio… Appartengono a gruppi diversi, e come felici dell’occasione d’incontro si presentano fra loro. Non nomi e cognomi, ma congregazione d’appartenenza.
Benché curioso di tutto e buon lettore, il nostro randagio non è esperto in materia, quindi difficile dai suoi appunti decifrare quei titoli, ma da quel che si può capire è stato tutto uno sciorinare di passioni e croci e sangue, che con grande impegno ognuna cercava di sillabare.

E quando l’ultima suorina a fatica riesce a mettere in fila, correggendosi più volte, un nome così lungo e difficile e pieno di rimandi alle spine di un dolore infinito e sanguinante… ( che, che dire, ordine del sacro cuore di Gesù agonizzante sembra un sorriso…) tutte scoppiano in risatine divertite, che persino i loro abiti neri sembrano sciogliersi in un volo. Risatine chissà se di consenso e incoraggiamento per l’amica che infine era riuscita a pronunciare per intero quel rosario di spine o ( scusate, ma leggo dagli appunti del randagio) per camuffare il dubbio che il rimando a etica di tanto dolore fosse proprio da prendere sul serio fino in fondo.
Riporto queste osservazioni con tutta la simpatia, l’ammirazione e il rispetto per vocazioni profonde e vere, ma condivido lo stupore e la tristezza di Gatto randagio. E il suo interrogarsi sul percorso di tante vocazioni…

Non fu proprio Papa Francesco, circa due anni fa, a riportare l’attenzione sulle giovani religiose che provengono da Paesi in via di sviluppo? Dove molte ragazze scelgono la proposta religiosa per sfuggire alla miseria e per vivere il noviziato nella ricca Europa. Già in passato ( si era negli anni ‘90) i vescovi filippini avevano denunciato l’arrivo di molte, troppe congregazioni straniere pronte a “reclutare vocazioni” da trapiantare nella nostra Europa, tanto povera di vocazioni da far rischiare a qualche congregazione la chiusura.
Pensando a quelle ragazze, così giovani e ancora sorridenti, costrette in tristi e soffocanti abiti bui… viene in mente un pensiero di Beatrice, una ragazzina che, ascoltando discorsi di adulti a proposito di religioni, ha mormorato: “Io diventerò buddista!”. E perché mai? Le hanno chiesto i grandi. Risposta: “Perché sono colorati”.

Forse sarebbe piaciuta, a Beatrice, la gonna di una suora africana che un giorno Gatto randagio ha incontrato, sempre in Piazza san Giovanni. Sentite cosa ne scrive:
“L’ho vista che non credevo ai miei occhi… ma davvero mi ha allargato il cuore… Ero dietro di lei, che attraversavamo a un semaforo. Aveva sì il suo copricapo scuro che arrivava a coprirle le spalle e giù fino alla vita… ma sotto, la gonna era un panno azzurro avvolto intorno ai fianchi, annodato come solo le donne d’Africa sanno fare, dell’azzurro delle loro tele… tutto picchiettato di disegnini colore della terra. Mi sono avvicinato incuriosito… Ebbene, quei disegnini erano tanti piccoli crocefissi, che (meraviglia!) sull’azzurro del tessuto, ad ogni passo, danzavano, morbidi, sui suoi fianchi…”

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