giovedì 18 luglio 2019

Isis sta perdendo la guerra ma altri perdono tempo. Perché?

Orteca su medioriente e Isis. Differenti chiavi di lettura sull’andamento della guerra contro il Califfato. Per qualcuno gli alleati speculano e stanno perdendo solo tempo. Col Califfato trasformato in una sorta di “campo neutro” sul quale Stati Uniti e Russia in primis, e a seguire tutti gli altri, vanno a giocare la loro reale partita di potere nell’area. Ma secondo gli israeliani c’è una palese sottovalutazione delle forze “residue” del Califfato. Errore sia dei russi che degli americani.

Medio oriente e Isis. Facciamo chiarezza su un aspetto di non secondaria importanza. Le ultime rilevazioni fatte dai servizi segreti occidentali parlano di una crisi “irreversibile” del Califfato, i cui miliziani, sempre agguerriti, sarebbero scesi da 30-40 mila a 16 mila. Questo è uno dei motivi che hanno spinto Al-Baghdadi a cercare di “esportare” le ostilità, puntando molte delle sue “fiches” sugli attentati all’estero.

Tuttavia, c’è un’altra considerazione che va fatta. Proprio il segnale che il tempo sta scadendo potrebbe modificare (o forse ha già modificato) le strategie di tutte le piccole e grandi potenze che combattono l’Isis. Il Califfato sarebbe ormai diventato il “campo neutro” sul quale Stati Uniti e Russia in primis, e a seguire tutti gli altri, vengono a giocare la loro reale partita diplomatica. Così nessuno si azzarda a dare la mazzata finale ai feroci “barbudos” jihadisti.

Non prima, almeno, di avere consolidato la propria posizione di vantaggio sul campo, in vista della futura spartizione della macro-area di crisi in sfere d’influenza. Ma è proprio così ovvia una tale chiave di lettura? Secondo gli israeliani no. C’è una palese sottovalutazione delle forze “residue” del Califfato. Errore fatto “in cooperazione “ sia dai russi che dagli americani.

Gli uomini di Putin, dopo avere preso Palmyra, avevano la porta spalancata per far cadere anche Deir ez-Zour. Una mossa che poteva consentirgli di imbottigliare le milizie jihadiste in tutto l’est della Siria. Invece il Cremlino ha tergiversato e l’Isis ha avuto il tempo di consolidare le sue posizioni. Stessa solfa per le truppe di Obama. Pronte, incomprensibilmente, a blaterare di piani e strategie, ma mai effettivamente impegnate ad assaltare Raqqa.

Bene, a quanto pare (almeno a sentire i servizi segreti di Gerusalemme) non si tratta solo di una fase ottimistica di “wait and see” (“aspettiamo e vediamo”) nell’attesa che le pere mature cadano dall’albero. Da sole. No, la verità sarebbe anche un’altra. E cioè che i miliziani del Califfo, pur dimezzati, sarebbero pericolosi quanto prima. I loro sconvolgenti successi erano certamente dovuti all’incapacità delle scalcinate truppe (quelle irakene e in parte siriane) che si trovavano davanti.

Certo, ora che si fronteggiano con americani, russi e iraniani hanno ben altri avversari davanti. Ma tengono. I jihadisti danno filo da torcere anche ai più celebrati specialisti, occidentali o orientali che siano. In Siria il Califfo mantiene, alla grande, il 70% dei territori conquistati. E la stessa cosa fa in Libia e nel Sinai egiziano. Insomma, è troppo presto per cantare vittoria.

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