• 19 Febbraio 2020

Dilemma Hong Kong-Pechino, più autonomia o più repressione?

Dopo il voto di Hong Kong, quali saranno, ora, le prossime mosse di Pechino? E’ questo in fondo il quesito essenziale da porre dopo che le elezioni di ieri a Hong Kong hanno dimostrato una volta di più coraggio e tenacia dei movimenti autonomisti e indipendentisti.
Pur in presenza di un meccanismo di voto “controllato”, e cioè tale da garantire comunque la maggioranza ai filo-cinesi, le elezioni di cui sopra hanno dimostrato che i leader – per lo più giovanissimi – della protesta non hanno affatto paura e sono disposti ad andare sino in fondo gettando il guanto di sfida alle autorità continentali.

Non era scontato che fosse così, eppure è accaduto. Segno che la protesta non è episodica, e può contare su uno zoccolo duro di elettori appartenenti in pratica a ogni strato sociale.
In altri termini una parte assai consistente dei cittadini di Hong Kong non vuole piegarsi ai diktat della leadership cinese, né desidera che la città-isola venga “normalizzata” e resa sempre più simile al territorio metropolitano.

Non a caso uno dei punti-chiave sul quale molto insistono autonomisti e indipendentisti coinvolge in modo diretto il settore dell’istruzione, tanto secondaria quanto universitaria. Gli atenei di Hong Kong, per esempio, mantengono tuttora la struttura delle università britanniche, in molti casi addirittura con un nome inglese. In Cina la struttura è ovviamente diversa, e resta obbligatorio l’insegnamento del marxismo-leninismo corredato dai testi di Mao Zedong.
Docenti e studenti della ex colonia rifiutano una simile obbligatorietà e intendono restare vicini alle tradizioni occidentali (soprattutto anglo-americane), anche per continuare a rendere poi spendibili i titoli conseguiti in America, Europa e Australia. Si tratta di un bel dilemma, giacché la Repubblica Popolare sta facendo grandi sforzi per standardizzare l’istruzione, e il caso di Hong Kong costituisce, da questo punto di vista, un ostacolo intollerabile.

Come si diceva all’inizio, si tratta ora di capire come Pechino reagirà, una volta appurato che i movimenti di protesta godono di un vasto consenso popolare. La strada della pura e semplice repressione è sempre aperta. La collocazione geografica della ex colonia britannica rende facile un intervento armato e repressivo, ma finora non si è capito sino a che punto Pechino sia disposta a imboccare questo sentiero.
Non bisogna dimenticare, infatti, che la RPC è molto attenta all’immagine di sé che proietta all’esterno. Si propone non soltanto come superpotenza economico-finanziaria e militare, ma anche culturale. Lo dimostra la grande diffusione all’estero dei “Centri Confucio”, veri e propri avamposti della cultura cinese all’estero.

La repressione danneggerebbe in modo irrimediabile l’immagine suddetta, gettando ombre sull’espansione futura. Né va scordato l’interesse cinese per il concetto di “giustizia globale”, sul quale molto lavorano giuristi, filosofi ed economisti della Repubblica Popolare.
Tuttavia i dubbi investono anche l’atteggiamento dei movimenti di opposizione di Hong Kong. Sino a che punto sono disposti a spingersi nella loro sfida, ben sapendo che la corda è assai tesa e potrebbe spezzarsi da un momento all’altro? Hong Kong non è Taiwan, separata dal continente e protetta dagli Usa. Il suo territorio è interno alla Cina, e la restituzione inglese del 1997 impedisce interventi in loco di altre potenze.

Il voto, insomma, ha fornito indicazioni interessanti, ma non ha sciolto i nodi del rapporto tormentato tra la città-isola e la cosiddetta “madre patria”. Si può solo notare che adesso la palla passa alla RPC, e la leadership di Pechino dovrà valutare bene come muoversi in futuro.

Michele Marsonet

Michele Marsonet

Michele Marsonet, Prorettore alle Relazioni Internazionali dell'Università di Genova, docente di Filosofia della scienza e Metodologia delle scienze umane.

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