Privacy Policy
venerdì 20 Settembre 2019

Le inquietudini di Hong Kong e il G20 in Cina promettono scintille

Nel 2014 sulla città-isola erano esplose le proteste. Prima pagina e poi il silenzio. L’imminente G20 a Hangzou, una delle antiche capitali cinesi, in contemporanea con le elezioni ad Hong Kong. Gli indipendentisti potranno resistere alla tentazione di richiamare l’attenzione del mondo su di loro? Le tentazioni occidentali a cavalcare le proteste. Le troppe minoranze presenti in Cina e il ruolo planetario del colosso nella stabilità mondiale. L’attenta analisi di Michele Marsonet.

Dopo che nel 2014 erano esplosi il cosiddetto “Movimento degli Ombrelli” e quello di “Occupy Central”, per un po’ di tempo Hong Kong è sparita dalle pagine di quotidiani e blog. Eppure il problema esiste tuttora, come ben si può vedere alla vigilia delle elezioni legislative destinate a rinnovare il parlamento della piccola – ma assai importante – città-isola.
Le elezioni, tra l’altro, avvengono proprio in concomitanza con il G20 che quest’anno si tiene nella città di Hangzou, una delle antiche capitali della Cina ora diventata un importante polo industriale e tecnologico con una discreta presenza di aziende anche italiane. Non a caso Matteo Renzi vi si è recato incontrando in un vertice bilaterale il presidente Xi Jinping, nel quale è in agenda il rafforzamento delle relazioni, non solo economiche, tra i due Paesi.

E’ ovvio che la coincidenza tra i due eventi – G20 e elezioni a Hong Kong – desta più di una preoccupazione a Pechino, che intende sfruttare la riunione delle nazioni più industrializzate del pianeta per proiettare l’immagine di una Repubblica Popolare stabile, tuttora in crescita e intenzionata a giocare il nuovo ruolo di superpotenza globale nello scacchiere internazionale.
Tuttavia i cittadini di Hong Kong possono, in occasione delle suddette elezioni, creare seri grattacapi a Pechino. I movimenti di protesta, infatti, sono tutt’altro che spariti, e non sembrano disposti a cedere sullo spinoso problema dell’autonomia della ex colonia britannica. Poiché, al contrario, le frange più radicali puntano addirittura all’indipendenza totale dalla RPC, con il desiderio di creare qualcosa di simile all’altra città-Stato asiatica indipendente, vale a dire Singapore (anch’essa ex colonia britannica).

Molto diverso è però il contesto. Su Singapore Pechino non ha mai avanzato rivendicazioni, pur essendo la sua popolazione a larga maggioranza cinese. Hong Kong viene invece considerata a tutti gli effetti parte integrante della Cina e, in effetti, dal punto di vista della geopolitica è molto difficile contestare tale visione.
In ogni caso gli hongkonghesi – o almeno buona parte di essi – non si danno per vinti, dimostrando una temerarietà che in Occidente ha destato ammirazione. Soprattutto se si rammenta che il loro piccolo territorio è in pratica incastonato in quello della “madre patria”, ed essendo evidente a tutti che le autorità di Pechino non avrebbero alcuna difficoltà a schiacciare un’eventuale rivolta (se davvero lo volessero, ovviamente).

E’ un fatto che le aspirazioni indipendentiste della città creano problemi ardui soprattutto per l’effetto domino che potrebbero creare. Il colosso asiatico è infatti stabile solo in apparenza, giacché fermenti di autonomia e indipendenza sono diffusi sul suo territorio. Il caso del Tibet è sin troppo noto per parlarne. Ma c’è pure, tra gli altri, il problema dello Xinjiang, dove prevalgono gli uiguri turcofoni e musulmani. Una regione in cui si è manifestato il radicalismo islamico, peraltro represso a più riprese con grande durezza dall’esercito cinese.
Domenica avremo a Hong Kong il responso delle urne, ma i movimenti di protesta hanno già messo le mani avanti, facendo notare che le elezioni non sono affatto libere dal momento che il meccanismo di voto assicura comunque la maggioranza dei seggi agli esponenti fedeli a Pechino. Difficile prevedere cosa accadrà dopo la conclusione – scontata – della tornata elettorale. Le dichiarazioni di autonomisti e indipendentisti promettono battaglia, e forse l’intento è proprio quello di approfittare del G20 per riproporre la questione all’attenzione del mondo.

Da un lato è chiaro che la RPC non può cedere poiché in tal caso si innescherebbe una crisi tale da coinvolgere l’intero Paese. Dall’altro è pure ovvio che gli occidentali – inglesi inclusi – non possono andare oltre generiche attestazioni di solidarietà. L’equilibrio della Cina è troppo importante per tutti sul piano geopolitico, senza scordare i rapporti economico-finanziari che ormai la legano al resto del mondo.
Scontata la simpatia per i manifestanti, incombe però un quesito fondamentale. Ha senso, nel 2016, andare a sventolare sui tetti di Hong Kong l’Union Jack, adombrando addirittura un ritorno di Sua Maestà in una delle perle dell’ex impero coloniale britannico? La storia ha intrapreso un cammino diverso e forse la nostalgia per il passato, in casi come questi, non è una buona consigliera.

Potrebbe piacerti anche