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martedì 15 Ottobre 2019

Brexit chi l’ha vista? E ‘l’emergenza planetaria’ diventa silenzio

Brexit, e fu terrorismo. Ne eravamo sommersi ed oggi pare argomento riservato a pochi giornali economici. Cosa sta accadendo? Troppo rumore prima, troppo silenzio ora, rileva Michele Marsonet. Catastrofisti e antieuropeisti continuano il duello sui mass media, e gli esperti non sembrano in grado di pronunciare parole chiare. Marsonet, da studioso, ha il coraggio di usare parole chiare: «Gli inglesi, dopo la Brexit, si stanno attrezzando per sfruttare nel miglior modo possibile l’uscita. Se si prescinde dai tedeschi, gli altri europei danno la sensazione di non sapere che pesci prendere». Altro che Ventotene.

Che ne è della Brexit? Capita ancora, ogni tanto, di leggere articoli dedicati al tema, ma sono scomparsi i toni apocalittici che di certo tutti rammentano dopo che la maggioranza degli elettori britannici aveva compiuto quella scelta, vituperata – almeno dai più – nel resto d’Europa come sciagurata e foriera di catastrofi inimmaginabili.
Eppure, a referendum concluso, il Regno Unito sembra cavarsela assai bene. La Borsa di Londra è in ripresa e i dati economici sono positivi. E gli inglesi, da grandi pragmatici quali sono, stanno strizzando l’occhio alle multinazionali americane stangate dall’Unione Europea promettendo loro i vantaggi fiscali (quanto leciti non si sa) per i quali l’Irlanda è finita nel mirino di Jean-Claude Juncker e compagnia.

Un altro capitolo nella lunga storia di contiguità e comunanza d’interessi tra le due maggiori nazioni anglofone, che data da almeno due secoli a questa parte. E motivo principale dell’ostilità di Charles de Gaulle all’entrata del Regno Unito nella Ue. Il generale aveva, dell’Europa, un’idea diversa. La concepiva quale terzo polo di attrazione mondiale tra gli Stati Uniti e la ex Unione Sovietica. A suo avviso, l’adesione britannica avrebbe inevitabilmente accresciuto l’influenza americana, e bisogna ammettere che i fatti gli hanno dato ragione.

E’ necessario, però, partire dal problema fondamentale che si può formulare in poche parole. Economisti ed esperti di vario tipo non sono mai riusciti a fornire previsioni chiare e concordi circa le conseguenze reali dell’uscita di un Paese dall’Unione. I catastrofisti affermano che è prevedibile un effetto domino, con il crollo in sequenza delle economie nazionali e una susseguente crisi paragonabile a quella di Wall Street nel 1929. Tuttavia alcuni catastrofisti – esempio tipico è Romano Prodi – hanno poi cambiato opinione e ora sono su posizioni più moderate.
Gli antieuropeisti (anti-Ue) sostengono invece che tale uscita farebbe recuperare agli Stati coinvolti la sovranità nazionale, consentendo loro di smarcarsi dall’elefantiaca – e spesso inutile – burocrazia di Bruxelles e restituendo ai parlamenti nazionali la libertà di progettare il futuro delle varie nazioni. Si noti che, in ambito extra-Ue, pure Putin è su questa linea. Ad alcuni economisti e imprenditori russi che lo invitavano a cedere almeno su qualche punto per porre fine alle sanzioni occidentali, ha risposto a chiare lettere di non essere disposto a vendere la sovranità nazionale della Federazione.

E’ un fatto, comunque, che la Brexit non ha affatto sciolto i dubbi circa le conseguenze dell’uscita dall’Unione Europea. Catastrofisti e antieuropeisti continuano il duello sui mass media, né gli esperti sembrano in grado di pronunciare parole chiare, tali da “illuminare” il cittadino comune che desidera saperne di più. Si continua, insomma, a navigare in una nebbia che più fitta non potrebbe essere.
Si tratta dell’inevitabile conseguenza del deficit di democrazia che affligge l’Unione sin dalla sua nascita. Siamo rigidamente vincolati da trattati, soprattutto di natura economica e finanziaria, che non sono mai stati validati dal voto popolare. La conseguenza è che Commissione e Parlamento europei sono ormai privi di potere reale, e che personaggi come Juncker – in teoria la massima autorità europea – sembrano dei fantasmi. Le decisioni reali non si prendono a Bruxelles ma in altre capitali (leggasi Berlino).

Appare d’altro canto sempre più chiara la leadership di Angela Merkel, che convoca vertici ristretti con i governanti dell’Europa del Sud, del Nord e orientale, assegnando loro i compiti da svolgere. Fermo restando che la regia globale resta interamente nella sue mani. E questo è uno stravolgimento totale degli ideali che ispiravano i padri fondatori. Inutile andare in gita a Ventotene e omaggiare Altiero Spinelli se poi i risultati sono questi.
Gli inglesi, dopo la Brexit, si stanno attrezzando per sfruttare nel miglior modo possibile l’uscita. Se si prescinde dai tedeschi, invece, gli altri europei danno la sensazione di non sapere che pesci prendere, e ne è riprova la confusione estrema nel gestire l’emergenza immigrazione. Il futuro appare tutt’altro che roseo, e forse dovremo invidiare presto gli elettori britannici che, a maggioranza, hanno avuto il coraggio di assumere quella difficilissima decisione.

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