domenica 25 Agosto 2019

Friuli 40 anni fa, la memoria che non sempre insegna

Giornata di lutto nazionale e primi funerali per le 284 vittime dell’ultimo terremoto. Ultimo in ordine di tempo, perché gran parte dell’Italia è terra sismica, e lo sappiamo tutti. Sappiamo ma non preveniamo. Cordoglio e commozione non bastano. E diventa utile oggi la memoria di un’altra tragedia simile e ancora più grave. Il terremoto nel Friuli del 1976. Ammonimento e speranza di come è possibile uscire da una tragedia ricostruendo il futuro. Altrove, sempre in Italia, non è stato. ‘C’era una volta’ quei tragici giorni a Venzone, Gemona, Osoppo e San Daniele del Friuli

Quando in Friuli il 6 maggio 1976 la terra tremò le vittime furono più di novecento e interi paesi divennero cumuli di macerie. I morti e i danni maggiori si concentrarono soprattutto a Venzone, Gemona, Osoppo e San Daniele del Friuli, ma non furono risparmiati nemmeno centri più piccoli. L’intervento fu abbastanza rapido e molto ampio, ma non bisogna dimenticare che in quegli anni in Friuli era schierato quasi un terzo dell’esercito e c’era ancora la leva obbligatoria: nei giorni e nelle settimane che seguirono i militari impiegati furono trentamila. Sebbene fossero trascorsi solo pochi anni dalla dolorosa esperienza della valle del Belice in Sicilia, le vicende furono però diverse.

Dai drammatici eventi e dalle riflessioni che seguirono nacque una struttura organizzata destinata al soccorso nelle catastrofi, un soccorso vero, non incentrato solo sul recupero delle vittime. Si capì ad esempio che le migliaia di volontari accorsi avrebbero avuto necessità di un supporto e di un coordinamento e da allora le organizzazioni del volontariato sarebbero state integrate in una struttura più ampia e con mansioni in diversi settori. Per la prima volta – durante l’emergenza – si cominciarono a sentire espressioni che sembravano anticipare il futuro, come ad esempio ‘sala operativa’ o ‘programmazione’.

La vera svolta venne però dal basso, dalla popolazione delle zone disastrate. Fu una reazione collettiva, spontanea, nata tra le tende o i primi alloggi temporanei. Stupisce ancora oggi come si sia diffusa e sviluppata senza internet o social network, ma coi vecchi fogli ciclostilati, scritti con la macchina per scrivere e stampati girando la manovella. Una delle prime iniziative spontanee, ma di grande presa, avvenne in una frazione di Gemona e riguardò la questione dell’autogestione delle mense. Fu come infrangere un primo tabù, ma preparazione e distribuzione dei pasti – attività fondamentale ed ineludibile – cambiarono nel senso richiesto e con la collaborazione attiva degli interessati.

A settembre ci furono altre due scosse, che provocarono molto spavento ma fortunatamente danni limitati. Furono scosse telluriche, ma ce ne furono anche altre di natura diversa. A metà settembre, dopo quattro mesi dal sisma, durante la prima visita ufficiale sui luoghi, il presidente del consiglio in carica fu fischiato dagli sfollati e – si dice – furono lanciati zoccoli di legno sul corteo. L’altra scossa in un’altra occasione ufficiale fu il comportamento dell’arcivescovo: nonostante fosse stato invitato ad una riunione con le massime autorità, rimase in strada tra la gente.

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