Perché i curdi tra Siria e Iraq diventano bersaglio

Mano a mano che la crisi tra Ankara e Washington cresce d’intensità, le richieste dei turchi si fanno sempre più pressanti. Anzi, a dire la verità, pare che Obama le abbia definite “arroganti” e tali da far pensate che Erdogan si sia messo a tirare la corda con l’intenzione di romperla. Cerca un alibi, insomma, per poter passare armi e bagagli dalla parte di compare Putin. Un obiettivo in cui si mischiano rivendicazioni nazionali e ragioni, diciamocelo pure, di “furore personale”. Erdogan non è certo un santo. Anzi. Però non tollera la disinvoltura con cui gli Usa gettano a mare, con tutte le scarpe, gli alleati che li hanno serviti più o meno fedelmente. Preferisce Putin, antipatico fino al midollo, ma ritenuto paradossalmente più “affidabile” di Obama. Vedremo se è proprio così.

Per ora Erdogan non fa altro che presentare istanze, domande e richieste di spiegazioni alla Casa Bianca. L’ultima in ordine di tempo coinvolge anche il Pentagono e riguarda, tanto per non sbagliare, i curdi. Il giochetto (d’intesa col Cremlino) punta a coinvolgere anche il siiano Assad nel fronte anti-curdo. Il Ministro degli Esteri turco, Menit Cavusoglu, ha chiesto a Washington il ritiro delle milizie curde che si trovano nel nord della Siria, al confine con la regione sud-est dell’Anatolia.

Ora che Menbij è caduta, dice Erdogan, non c’è più nessun motivo per cui gli odiatissimi curdi dell’YPG restino addossati al confine meridionale della Turchia. La stessa cosa era successa una settimana fa, quando forze di Ankara (assistite da aerei russi) avevano stoppato le intenzioni curde di dirigersi verso il confine turco, a una trentina di chilometri a nord di Manbij. Erdogan preme per convincere gli americani a fare una mossa da kamikaze con i curdi: e cioè spedirli dritti filati contro Raqqa, con il non tanto segreto desiderio di vederli massacrati dall’Isis.

Insomma, Erdogan pensa che utilizzare i curdi come “carne da cannone” possa mettere tutti d’accordo. Ovviamente Obama, per ora, non interviene. Secondo gli israeliani, i curdi sono gli unici combattenti della regione capaci di sconfiggere, senza se e senza ma, i jihadisti dell’Isid. Inoltre, spostarli troppo a sud vorrebbe solo dire che l’Isis può tornare a Manbij in carrozza. Ergo: non se ne fa niente della richiesta di Erdogan e le cose restano come sono. Ma, in effetti, gli occhi (pesanti) del Presidnte turco guardano più lontano. Teme che i curdi dell’est si ricongiungano con quelli che combattono nell’area di Sheikh Maqsoon, ad Aleppo.

Per Il Califfo sarebbe una cocente sconfitta, ma per Erdogan la manovra a tenaglia rappresenterebbe una catastrofe.

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