• 27 Febbraio 2020

Libia, l’irriducibile Haftar ne vuole un pezzo col petrolio

In Libia sembra più difficile liberarsi del generale Khalifa Haftar che del’Isis. Jihadisti in fuga da Sirte senza l’intervento del datato generale che si sognava liberatore, ed è il torto imperdonabile. Forse ciò che ha spinto un bel gruppo di parlamentari di Torbruk, tifosi di Haftar, a imporre una votazione nel giorno giusto e a bocciare ministri e governo del non amato Fayez al Sarraj -anche lui un ex di Gheddafi- che l’Onu e un blocco di Paesi soprattutto occidentali, vedrebbero volentieri alla guida di un Paese frantumato e ridotto allo sbando.

Il guaio è che, a bocciare il governo di presunta ‘alleanza nazionale’ (che non c’entra niente con la nostra destra ripulita), sono stati i soli personaggi pubblici eletti in una consultazione pubblica in tutta la Libia. Praticamente i soli che avrebbero titolo a dire qualcosa in nome e per contro dei cittadini libici. Ma il problema vero, se guardi oltre la forma, è invece tanta, troppa sostanza. E non solo arroganti ambizioni personali e conflitto di interessi e controllo territoriale tra le ormai note ‘kabile’, i gruppi tribali che formano la nazione libica.

Lo scoglio più grosso alla pacificazione tra le tribù -sostiene Barbara Ciolli su ‘Lettera43′– ‘non è più il Califfato islamico, ma è un comandante militare 73enne, uomo dal lungo passato che si è fatto portabandiera del nuovo, al soldo di troppi sponsor e schieramenti opposti’. Ecco, gli sponsor. Chi protegge chi, e chi vorrebbe chi, ovviamente per proprio tornaconto? Sa il mondo che il ‘governo’ della fantasmatica  unità nazionale di Fayez al Sarraj è patrocinato dall’Onu e da alcuni Paesi europei, Italia tra questi, ma non da tutti.

Kahlifa Haftar e i suoi generali
Kahlifa Haftar e i suoi generali

Chi protegge Haftar? Haftar, che a quanto pare ha in mano il parlamento di Tobruk, è considerato il gran perdente per incapacità politica. Le sue posizioni lo hanno emarginato dalle battaglie e dai negoziati risolutivi. Altra affermazione che prendiamo in prestito: “Alla maggioranza dei libici non sta nemmeno simpatico, perché è un generale senza fiuto che ha sempre fallito, come stratega e nei golpe”. E anche gli Stati Uniti sembrano avergli voltato le spalle. Ma come, gli Usa che ai tempi di Gheddafi lo foraggiavano contro il Colonnello?

E finalmente siamo arrivati al dunque. Al petrolio libico. Haftar di fatto controlla città e pozzi della Cirenaica, nell’Est. La vera contesa che dal 2011 sta distruggendo la Libia: il controllo di gas e petrolio, altro che partita tra laici e islamisti. Una partita nella quale Hafar, il blocco islamista di Misurata (ora con Serraj e l’Onu) e altri gruppi vengono spalleggiati da potenze straniere. Arroccato nell’enclave di Tobruk, Haftar è stato supportato dall’Egitto ed Emirati arabi, dalla Francia, infine dalla Russia, per ovvie motivazioni economiche e geopolitiche.

Ed ecco la vera battaglia del suo esercito non contro Isis e Sirte, ma l’assedio su Bengasi e Berna. Azione militare di cui in occidente si parla poco, che se riuscisse darebbe ad Haftar il controllo della parte di Libia più ricca di petrolio. Obiettivo dichiarato, mettere in sicurezza i campi di gas e olio nell’Est del Paese, controllati dalle brigate autonomiste di Ibrahim Jadrhan. Campi rivendicati anche dalla sua Noc-Bengasi: Compagnia nazionale del petrolio della Cirenaica creata da Tobruk e Haftar per impossessarsi delle risorse nell’Est.

Va detto che alcune potenze straniere scommettono sulla scissione in Tripolitania e Cirenaica come sviluppo finale post Gheddafi e post Isis.

rem

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