martedì 25 giugno 2019

Filippine non solo colf: Duterte presidente ammazza-cattivi

CASTIGAMATTI SENZA PAURA E SENZA LEGGE –

Noto con il soprannome di «The Punisher», il Castigatore, Rodrigo Duterte prima di essere eletto presidente delle Filippine il 30 giugno 2016 era stato sindaco di Davao, considerata la capitale del Sud dell’arcipelago. Crimini, omicidi e insulti dalla sua elezione. Il neo presidente contro gli inviati delle Nazioni Unite che denunciano le violenze del governo:  «Siete stupidi», e minaccia di uscire dalle Nazioni unite. 

Il neo presidente delle Filippine Rodrigo Duterte è personaggio deciso oltre che pittoresco. Noto in patria con il soprannome di «The Punisher», il Castigatore, Rodrigo Duterte, già sindaco di Davao, la capitale del Sud dell’arcipelago, s’era proposto come giustiziere, castigamatti senza paura ma anche senza legge. Da quando è stato eletto, il 10 maggio, promettendo un giro di vite contro criminalità e droga l’Onu stima ci siano state 850 persone uccise, 650 delle quali in sole sei settimane.

Tre giorni fa, la Commissione diritti umani ha invitato Duterte ad adottare misure per porre fine agli assassini mirati e agli omicidi extragiudiziali. E lui, il neo presidente, definisce «stupidi» gli inviati delle Nazioni Unite che denunciano le violenze del governo e minaccia di far uscire il Paese dall’Onu, dopo le critiche alla sua politica sulla droga. Così racconta la Cnn. Più nel dettaglio Carlo Pizzati da Chennai (Tamil Nadu), su La Stampa, che dà i numeri della follia giustizialista.

Una media di 17 vittime assassinate ogni giorno anche in pubblico, per strada, da killer mascherati, o uccise da poliziotti o soldati senza un processo. Corpi abbandonati per le strade, identificati da un cartello al collo che avvisa: «Non fate come me, sono un criminale!». Del resto, Duterte lo aveva promesso: «Se vinco non farò uccidere solo mille delinquenti, ma 100 mila». E quando i delegati Onu hanno invitato il governo a metter fine alle «esecuzioni extra-giudiziali» della lotta al narcotraffico, la risposta è stata, «Forse decideremo che è venuta l’ora di separarci dalle Nazioni Unite».

Da prendere con le molle «Duterte Harry». In meno di due mesi al potere, Duterte ha minacciato di sciogliere il Parlamento se ostacolerà i suoi piani, ha parlato di ripristinare la legge marziale in risposta a una critica della Corte Suprema, ha accusato la Chiesa Cattolica di corruzione e ha avvisato i giornalisti a proposito del rischio assassinii: «La Costituzione non vi può aiutare se mancate di rispetto a una persona…». Più che un avviso, un avvertimento. In diplomazia, ha definito l’ambasciatore americano Philip Goldberg «un figlio di put… gay». Un arricchimento estroso dell’insulto.

Purtroppo, ci raccontano, «il Castigatore» gode per ora di molta popolarità. Effetto rozzezza e odio che vediamo proposto anche in Italia, per fortuna con scarso successo. Nelle Filippine per il momento la spietata durezza del castigamatti invece paga. Un alta percentuale a cui narrano che migliaia di spacciatori e di tossicodipendenti avrebbero deciso di arrendersi alle autorità, piuttosto che farsi freddare da qualche giustiziere per la strada. Controprova zero. Questi omicidi sono spesso regolamenti di conti tra gang criminali. Basta impacchettare i cadaveri delle vittime con il nastro adesivo e un cartello giustizialista per fermare ogni indagine.

Poliziotti e soldati avrebbero dunque ricevuto carta bianca da Duterte, e possono uccidere chi sia solo sospettano di essere coinvolto nel narcotraffico e godere di immunità. Decisamente pericoloso. Il presidente filippino vuole chiudere tutti i conti in sospeso anche con la storia, e ha approvato la controversa sepoltura nel Cimitero degli Eroi di Manila, dopo decenni e con proteste in tutto il paese, della salma imbalsamata dell’ex dittatore Ferdinand Marcos, dall’89 in attesa in una cripta privata. E per far pari tra schieramenti ha liberato anche due leader del Partito Comunista che guida una guerriglia armata da 47 anni.

Nel sudestasiatico le provocazioni di Duterte sono state accolte con preoccupazione ma anche con scetticismo, specialmente da chi considera la exit filippina dall’Onu solo una trovata populista, pericolosa ma irrealizzabile per le implicazioni interne ed esterne. Basi navali americane circondano l’arcipelago, l’economia è basata sulle rimesse di milioni di migranti e sui rapporti commerciali con l’estero, compresa la Cina dalla quale Manila è divisa dalla contesa sulla proprietà delle isole nei mari del sud. Le isole che non ci sono e che la Cina fa sorgere dal mare, su cui costruisce aeroporti, e che considera territorio nazionale.

Il ministro degli Esteri filippino ha cercato di metterci una pezza con Washington, rassicurandoli sulla fedeltà delle Filippine al patto tra le nazioni. E una semi smentita: “I dati citati dalle Nazioni Unite sono indiscrezioni giornalistiche e su questa base non ci si può intromettere negli affari di uno Stato sovrano”. In attesa che si plachino le polemiche internazionali, Duterte pesta in casa. Ad esempio tutti i funzionari e capiufficio dell’amministrazione statale nominati dal suo predecessore Aquino. Accusa generica di corruzione per migliaia, questa volta senza pena di morte, ma con il semplice licenziamento.

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