venerdì 16 novembre 2018

«Allucinante» uso delle parole e l’olimpiade del non dire

CHI HA PIÙ CURA DELLA VERITÀ DELLE PAROLE? – Gli istanti dello sprint che ha portato alla vittoria uno dei nostri atleti olimpici. Il cronista urla che sembrava gli scoppino le vene: “ALLUCINANTE! ALLUCINANTEEEE!!!”. Campione sotto effetto di allucinogeni, oppure cosa che colpisce spaventando, impressionante, paurosa? Di allucinazioni verbali siamo certamente sommersi, annota Francesca de Carolis. Che conclude con la frase della Merini: “Mi piacciono le persone che scelgono con cura la parole da non dire”.

Sarà una fissazione, ma ancora sulle parole questa settimana riprendo appunti. Per una riflessione,e tanti dubbi. Seguendo questa volta, come immagino moltissimi, una gara olimpica…
Negli istanti dello sprint che ha portato alla vittoria uno dei nostri atleti, come sempre la voce del telecronista si agita, si eccita, urla, sbraita, si spertica, immagino, nel trovare aggettivo che più non è possibile…
Al che, un gatto per quanto randagio ogni volta s’interroga perplesso su quei toni slabbrati da infarto. Ma questa volta il gatto, insieme al gruppetto di amici che erano lì davanti alla tv, ha proprio avuto un sussulto quando il cronista ha urlato, che sembrava gli scoppiassero le vene: “ALLUCINANTE! ALLUCINANTEEEE!!!”. Che, permettete, ma s’è pensato a un guaio …

E discuti di qua, ricerca di là, si scopre invece che in gergo “giovanile” (e fam.) la parola avrebbe assunto un significato praticamente opposto all’originale, e ordinario, che conosciamo tutti (almeno si spera): “cosa che colpisce spaventando, impressionante, pauroso. Es: immagini allucinanti”…
Non pensiate stia qui a fare lezioni da maestrina, ma mi riesce difficile allontanarmi dall’etimologia della parola, che parla di inganno, vaneggiamento… come effetto di allucinogeni, appunto, “capaci di alterare in modo netto le percezioni, i pensieri e le sensazioni”. E quel che viene in mentre, è che da allucinazioni verbali siamo tragicamente sommersi.
“Allucinante?”.. Non ho parole! Rubando altra espressione molto usata, sembra, fra i ragazzi. Che taglia la testa al toro e non se ne parla più. Di parole.

Allucinazioni e impoverimenti, tragica combinazione… Se ne è accorta la Treccani, che ha avuto l’idea di un garbato e simpatico intervento d’emergenza, che da qualche tempo va in onda con incursioni televisive da pubblicità progresso. Dove compare una ragazza che, di fronte a diverse situazioni (un tramonto, un bel film, una sorpresa…), per tutte ha un solo aggettivo: “carino!”, “carinoooo!”, “che carino”.
E dopo che uno speaker ricorda che la nostra lingua può vantare 250mila parole, la scena si ripete, con qualche variante. Stessa ragazza davanti alle stesse situazioni, ma per ognuna ha trovato un’esclamazione diversa: “bello”, “emozionante”, “suggestivo”, e lascio a voi il gioco di trovarne altre.
Ma è problema, questo della lingua, che ci riguarda proprio tutti. Anche noi adulti.

Leggendo, il prezioso libretto di Zagrebelsky “Sulla lingua del tempo presente”… Quasi un notebook dove è appuntato cosa è accaduto in questi ultimi anni al nostro parlare, cosa abbiamo fatto delle parole, deformate e usurpate nei modi di un linguaggio pubblico che è diventato, ahinoi, anche privato. Sintomo “di una malattia degenerativa delle vita pubblica, che si esprime in un linguaggio stereotipato e kitsch, proprio per questo largamente diffuso e accolto”, come si legge in bella evidenza in copertina.
Sfogliatelo, per sapere di modi e metodi che sono riusciti a far diventare parte di un lessico dell’ostilità e delle contrapposizioni persino una parola che dovrebbe rappresentare tutti e significare per noi il tutto, la parola “italiani”.

Si legge di frasi, parole, ripetute e ascoltate fino all’ossessione, usate dalla politica e amplificate da giornali e tv, fino a tessere una rete di significati che, per quanto impropri o forse proprio per questo, ci imprigionano, e sembrano dare consistenza di realtà a cose che in realtà non sono. E a pensarci bene, ci si rende conto di esserci dentro tutti fino al collo, anche non volendo.
Mi torna in mente, e ve lo voglio confessare, il mio piccolo apporto, come operatore dell’informazione, a questa operazione di imbroglio linguistico.

Qualche anno fa o qualcosa di più, occupandomi di titoli per il telegiornale (il nostro telegiornale di Stato della Tv di Stato ), leggo in un titolino la parola ‘premier’, riferita al capo di governo. Cominciava, quella parolina, allora a comparire qua e là di soppiatto. A Napoli si direbbe “trasi ‘e sicco e metterse ‘e chiatto’, letteralmente entrare di sguincio e mettersi di piatto. Insomma, introdursi con cautela e poi imporsi. “La parola è sbagliata!”.
Sollevo la questione da maestrina dalla penna rossa. “Il premierato in Italia, almeno per ora, non esiste. Si dice Presidente del Consiglio”, dico. “Troppo lungo” taglia corto il superiore di turno. “Non entra nella riga. Si scrive premier“, ha concluso definitivo.

Che dire, ancora a tratti ripensandoci…Allucinante! Proprio nel senso di frutto di “esperienze che sono qualitativamente diverse da quelle della coscienza ordinaria, stati di coscienza non-ordinari,
trance, sogni”. Ma che quatti quatti si insinuano nelle cose, fino a trasformarne l’essenza. L’ombra del premierato quatta quatta si allunga, e di fatto…
Chi ha più cura della verità delle parole? Scusate se torno a un’altra mia fissa, le persone che
scrivono dal carcere. Ma a volte ho l’impressione che sono rimaste solo loro a ricordare che le parole non vanno sprecate, né offuscate o alterate. Fosse anche perché solo le parole sono loro rimaste.

Questo pensavo l’altro ieri leggendo la lettera dall’italiano garbato e impeccabile che da Rebibbia mi ha mandato Giuseppe, che fra l’altro mi scrive:” Siamo impastati di parole. Possiamo dire che siamo figli della ‘Parola’… miliardi di parole sono sospese e potremmo farle nostre. Ma per farne cosa? . Quello che serve sono le parole “giuste’, perché non sono solo quello che sembrano, ma riportano molto altro…”
Gli ho risposto con una frase della Merini (come sempre ineguagliabile): “ Mi piacciono le persone che scelgono con cura la parole da non dire”.

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