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martedì 15 Ottobre 2019

Fidel Castro, 90 anni, l’ultimo comunista e Cuba

Fidel Alejandro Castro Ruz, nato a Birán, isola di Cuba, il 13 agosto 1926. Novanta anni fa. Dalla neutralità asettica di Wikipedia: «Un rivoluzionario e politico cubano. È stato primo ministro di Cuba dal 16 febbraio 1959. Castro, assieme al fratello Raúl, a Che Guevara e Camilo Cienfuegos è stato uno dei protagonisti della rivoluzione cubana contro il regime del dittatore Fulgencio Batista e, dopo il fallito sbarco nella baia dei Porci da parte di esuli cubani appoggiati dagli Stati Uniti d’America, proclamò l’istituzione della Repubblica di Cuba, Stato monopartitico di stampo socialista.

Il personaggio, le attenzioni le merita tutte, nel bene e nel male. Fidel Alejandro Castro Ruz, nato a Birán, isola di Cuba, il 13 agosto 1926. Novanta anni fa.
Ricorrenza iper celebrata a cui scegliamo di partecipare rilanciando spezzoni che noi riteniamo più significativi di giornalisti amici e soprattutto testimoni autorevoli.
Gianni Minà, narratore ed amico del Fidel ‘Lider Maximo’; lo scrittore cubano Norberto Fuentes; e la cronaca come sempre esemplarmente pulita di un vecchio amico e maestro di giornalismo, Mimmo Candito, che La Stampa, il suo giornale storico, ha avuto la saggezza di conservare tra le sua penne di prestigio.
Un pezzettino di storia per cominciare.

Come eravamo
Gianni Minà nella sua irripetibile intervista di 16 ora filate a Fidel Castro nel 1987. Il dettaglio umano su Ernesto Che Guevara, e i compagni stretti di Fidel nell’avvio delle Revoluciòn.
«La cosa straordinaria era che il Che non era cubano, ma argentino. [.] Era uno sportivo. Quasi tutte le settimane cercava di scalare il Popocatépetl, non arrivava mai in cima, però tutte le settimane ci provava. Soffriva d’asma, e seguiva un’alimentazione particolare, eppure faceva uno sforzo eroico per scalare questo vulcano. Malgrado non sia mai arrivato in cima, non smise di tentare. Questo era un altro aspetto del suo carattere».

Che, il medico soldato
«D’altronde il Che era per noi il medico; nessuno vedeva in lui il grande soldato. Camilo era un uomo del popolo e anche nel suo caso nessuno all’inizio poteva supporne le qualità; in seguito però si distinse molto. E sono sicuro che lo stesso sarebbe potuto succedere a altri; in seguito ho capito che, nel nostro gruppo di ottantadue uomini, ce n’erano almeno quaranta in grado di diventare comandanti. Alcuni dei pochi sopravvissuti hanno dimostrato qualità di veri capi, per esempio Camilo, il Che e altri, fra i quali uno di cui si parla poco, mio fratello Raúl».

Un vecchio ormai fragile
Mimmo Candito, passa al presente.
«È un vecchio uomo ormai fragile, Fidel Castro che compie 90 anni. Una tuta scarna da pensionato ha sostituito la balda uniforme militare, ha la barba bianca, le gambe deboli, la voce flebile, i compañeros lo aiutano a stare in piedi. Però, la Revolución è ancora lui. Le pagine ormai gialle dell’Autunno del patriarca gli si sfogliano addosso, e lo accompagnano verso quella che nell’ultimo suo discorso al congresso del Pcc, ad aprile, lui ha chiamato «la strada di tutti»: mentre lo diceva stancamente dalla poltrona dove l’avevano seduto, di fronte a lui i 1300 delegati gli gridavano commossi, le braccia in aria a fermare il tempo crudele, che no, che lui no, che lui è sempre Fidel e sempre lo sarà».

I colori della Revolución sbiadiscono
«I murales a colori raccontano tuttora il dovere della lotta contro «el imperialismo yanqui», ma le tinte sono sbiadite dal vento che sale indifferente dal Malecón, e i taxi (privati!) chiedono 40 dollari ai turisti «yanqui» che sbarcano nell’isola del comunismo tropicale con la curiosità ingenua di quell’«imperialismo» che sta dall’altra parte del corto mare della Florida».
«Ma un tempo è finito, García Márquez è morto, ed è morto anche il colonnello Aureliano Buendía che di rivoluzioni ne aveva fatte 32 e però le aveva tutte fallite. In 90 anni, e in 50 anni di potere, anche Fidel Castro ha dovuto registrare molti fallimenti -già dai suoi due assalti armati del ’53 e del ’56, con i suoi compagni morti, la prigione, la fuga- ha dovuto subire mutamenti di rotta e abbandoni».

«Nosotros», «los otros»
«Il successo della sua strategia politica dopo la fuga di Batista e la conquista del potere è strettamente legato alla sua capacità di farsi erede delle rivendicazioni nazionaliste di José Martí e Carlos Emanuel De Céspedes: la sua Revolución si offriva come il recupero delle vecchie lotte contro il colonialismo spagnolo, integrava l’orgoglio vittorioso di una patria comune -di tutti, socialismo o muerte- con la ribellione allo sfruttamento umiliante importato dal nuovo colonialismo monroeiano, di Cosa nostra, delle società e delle imprese yankee, del gioco d’azzardo, delle puttane da comprare facili».
«Grazie agli investimenti sociali della Revolución, che -anche se ha creato una nomenklatura- ha tuttavia favorito la creazione di un Paese dove l’istruzione gratuita fino all’università e un efficiente sistema di sanità pubblica sono stati gli investimenti prioritari dei guerriglieri barbuti fattisi uomini di Stato. E i cubani, questo lo sanno bene anche quando raccontano ai turisti del loro desiderio di capitalismo».

Il tempo interminabile dell’eternità
«Sono dieci anni, ormai, che Fidel si è messo un po’ da parte, la tuta di felpa ha sostituito l’uniforme verdeoliva. La rivoluzione-regime ha guardato alla Cina, e Raúl Castro ha scelto di non ripittare il colore dei murales. Un vecchio rivoluzionario si avvia sulla strada di tutti, e porta via con sé il tempo del mito, quello che García Márquez diceva «il tempo interminabile dell’eternità».

Novant’anni, per Dio
Questo è invece lo scrive Norberto Fuentes, giornalista e scrittore cubano.
«Novant’anni, per Dio. Se togliamo dal conto i primi, investiti nella bucolica infanzia del figlio di un latifondista, e nella sua necessaria istruzione, e nella sua attività di campione di pallacanestro sotto l’egida dei gesuiti, il resto, settant’anni e più, da quando cominciò il suo addestramento di politico e pistolero all’Università dell’Avana fino a quando si è guadagnato il posto di ultimo leader del movimento comunista internazionale, quello che ci si para davanti è un gigante, che ci sfugge dietro cortine di fumo, imbrogli, manovre di occultamento e circoli ristretti».

L’Enigma finale
«È curioso che quest’uomo, che tutti noi che siamo stati suoi contemporanei in qualche momento abbiamo venerato, e perfino amato, rimanga ancora un enigma, e che alla fine l’unica cosa che ci lascerà di se stesso sarà un’astrazione».

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