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sabato 18 Gennaio 2020

Assedio, crudeltà al rallentatore, la storia sino ad Aleppo

La forma di guerra più crudele fra tutte per la popolazione civile, regolata non da abilità o valore militare ma dalla capacità di sofferenza da parte della popolazione assediata e privata di tutto. Fu così dalla prima guerra per una preda o una caverna migliore. Adesso ci siamo evoluti, abbiamo sostituito la clava con kalashnikov, i sassi con i proiettili ma l’assedio continua. Da Troia con frottola poetica di Omero, alle tragedie dell’ultimo secolo, con Leningrado, o l’altro ieri Sarajevo, o la tragedia in corso di Aleppo. L’assedio in termini storico militari moderni.

Sin dall’antichità la parola ‘assedio’ ha sempre implicato una tragedia per la popolazione civile coinvolta. Quando una città era circondata dal nemico che non consentiva più l’afflusso dei rifornimenti, la prima conseguenza diretta era la fame, cui si aggiungevano immancabilmente altre caratteristiche della guerra.
Dopo l’assedio di Melo durante la guerra del Peloponneso nacque in greco antico l’espressione ‘fame melia’ per indicare un disperato bisogno di cibo.
Da allora sembra che poco sia cambiato dal punto di vista di chi è costretto a subire le circostanze. A poco o nulla valgono i principi del diritto internazionale che invece prevedono l’organizzazione di corridoi umanitari per i rifornimenti o semplicemente fuggire dalla città.

Il secolo scorso ha già prodotto due eventi terribili: l’assedio di Leningrado e quello di Sarajevo. Due tragedie sullo sfondo di immani catastrofi, come la seconda guerra mondiale e le guerre dei Balcani, che hanno provocato centinaia di migliaia di vittime principalmente tra i civili.
Dal settembre 1941 al gennaio 1944 la città sul Baltico, ritornata oggi all’antico nome di San Pietroburgo, fu assediata dai tedeschi per novecento giorni, ma da quell’apocalisse nacque un’epopea.
Leningrado, o meglio la disperata resistenza della sua popolazione civile, divenne un simbolo della lotta contro il nazismo. Leggenda a parte, avvenne perfino che gli abitanti si spartissero le ceneri di un magazzino di derrate incendiato che contenevano residui di cibo e si parlò di casi di cannibalismo, ma si continuò a sperare nella liberazione da parte dell’Armata rossa. Le vittime furono tuttavia mezzo milione, ma altre stime parlano di seicentomila.

L’assedio di Sarajevo -nel tempo più vicino a noi- si protrasse dall’aprile 1992 al febbraio 1996: questa volta le giornate d’assedio furono più novecento e a tutt’oggi il doloroso primato sembra imbattuto. Sensibilmente minore fu il numero delle vittime rispetto a Leningrado, ma resta il fatto che secondo i dati ufficiali più di un terzo della popolazione cittadina alla fine risultò mancante all’appello.
A Sarajevo si moriva di fame come a Leningrado, ma con due significative differenze: i precisi colpi dei cecchini e le micidiali bombe da mortaio che fecero strage ulteriore dei civili.
A Sarajevo però con il tempo si accrebbe la disillusione sui poteri taumaturgici delle Nazioni Unite. Alla fine dell’assedio si proclamò solennemente che non sarebbe più accaduto: «mai più un’altra Leningrado, si disse e intanto il secolo si concludeva non senza un certo avventato ottimismo sul futuro.

Dalla metà di luglio del 2012 ad Aleppo si svolgono furiosi combattimenti in un quadro molto più complesso e distruttivo e soprattutto confuso: i quartieri vicino alla linea del fronte si sbriciolano e poiché sono stati occupati i nodi delle autostrade i rifornimenti non arrivano.
C’è chi dice si tratti di una ‘battaglia’ -se ne parla infatti come della ‘Stalingrado siriana’ da due anni-, ma dal punto di vista di chi è costretto a rimanere è la morsa di un assedio mortale.
Non c’è la speranza dell’arrivo dell’Armata rossa come a Leningrado, ma come a Sarajevo c’è la cocente disillusione sulla comunità internazionale che non sa porre fine al massacro. Intanto alla fame, ai bombardamenti e agli scambi di colpi quotidiani si sarebbero aggiunte -denunce non verificate- forse le armi chimiche.

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