venerdì 26 aprile 2019

Mediterraneo sempre meno americano

L’evoluzione del conflitto siriano ha ridisegnato gli equilibri di potere tra le forze regionali e l’Occidente. Mosca al centro del riassetto in Medio Oriente e Nord Africa, e non solo per l’incontro Putin Erdogan. Sulla Siria sono stati in molti a fare conti sbagliati. L’asse sunnita di Arabia Saudita e Qatar contro l’asse sciita di Iran, Siria, Iraq, Hezbollah. Washington e Londra che volevano l’indebolimento di Mosca nell’area. È accaduto esattamente il contrario.

Sulla Siria sono stati in molti a fare conti sbagliati. L’asse sunnita di Arabia Saudita e Qatar contro l’asse sciita di Iran, Siria, Iraq, Hezbollah. Washington e Londra che volevano l’indebolimento di Moca nell’area. È accaduto esattamente il contrario. La Russia ha rovesciato le sorti del conflitto, ha stabilizzato la propria presenza in Siria, riconosciuta oggi come perno politico-militare di garanzia nell’area. Complimenti a strateghi e ‘braccine armate’ sul fronte occidentale.

Cosa sta accadendo come reazione alla Siria? Vince politicamente il multipolarismo invocato da Russia e Cina sul monopolarismo degli Stati Uniti. La Turchia che si è dovuta riavvicinare a Mosca non solo per gas e petrolio. Come Israele, vedi l’accordo sul gas del giacimento Leviathan con la russa Gazprom. Con la Russia credibile garante rispetto a possibili attacchi dell’Iran o del gruppo sciita libanese Hezbollah a nord e Hamas a sud, i principali nodi per la sicurezza di Israele

Nel giro di pochi anni, non tutto ma di tutto. La Turchia di Erdogan che rivede la sua politica anti Assad in Siria, e tratta sulla questione curda i suoi confini. L’organizzazione palestinese Hamas che si sgancia dalla Fratellanza Musulmana egiziana dopo il golpe militare del generale Al Sisi. Teheran, che dopo lo sdoganamento sul nucleare supportato dalla Russia, ha notevolmente ridotto i toni bellicisti contro Israele, seguito a ruota dalla derivazione libanese Hezbollah.

Altra area coinvolta nel riassetto di alleanze, è quella curda. Finita nel mirino delle stragi compiute dallo Stato Islamico in segno di ritorsione, la Turchia del dopo golpe fallito, dovrà a breve decidere tra ISIS e il PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, quale sia per lei il minor pericolo e scenderci a patti. La Turchia è zeppa di basi clandestine Isis favorite nei tempi del via vai favorito col califfato. Ed è forse il momento che Ankara decida di provvedere.

Recentemente a Mosca o San Pietroburgo non è andato soltanto Erdogan, o proma di lui il primo ministro israeliano Netanyahu, ma anche il presidente egiziano Al Sisi, memoria dei tempi di Nasser e di stretti a antichi rapporti tra Egitto e Russia. E nei giri di giostra mediorientale dell’impossibile, la notizia che l’esercito israeliano sta collaborando con quello egiziano, fatto senza precedenti, per combattere l’ISIS nel Sinai. Non solo informazioni ma anche droni da combattimento.

E gli Stati Uniti rincorrono, costretti ad accettare la proposta di coordinamento dei bombardamenti antiterroristici fatta da Mosca a maggio. I bombardamenti riguarderebbero il Fronte al-Nusra, che dopo il ‘divorzio’ da Al Qaeda vorrebbe essere accettata nel tavolo dei negoziati tra i ribelli ‘buoni’. Russia e Siria quasi sicuramente accetteranno la richiesta degli USA che vale, di fatto, a riconoscere il fallimento delle ambizioni Usa di “regime change”.

Potrebbe piacerti anche