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sabato 14 Dicembre 2019

Quel mausoleo ottomano in Siria tra storia, Erdogan e il quasi golpe

Giovanni Punzo, vola dai Sepolcri di Foscolo al mausoleo-segreto di Stato con le spoglie di Suleyman Shah (1178?-1236), nonno del fondatore dell’impero ottomano, che era in territorio siriano. La storia delle guerre di ieri che giustificano spesso quelle di oggi e di domani. 800 e rotti anni fa, Suleyman muore annegato nell’Eufrate durante una battaglia contro i mongoli di Gengis Khan. Storia e personaggi esaltati oggi dal neo sultano post ottomano Erdogan, con modernissime incursioni militari e il solito traditore Gulen colpevole di tutto

Le «itale glorie», come scriveva Ugo Foscolo riferendosi agli italiani illustri, hanno l’ultima dimora nella chiesa di Santa Croce a Firenze, anche se noi scettici contemporanei non lo ricordiamo più. Ben diversa altrove è la considerazione dei mausolei dei personaggi illustri della nazione e basti pensare alla solenne tomba di Napoleone a Parigi. Anche la Turchia – fino al febbraio 2015 – aveva un famoso mausoleo dove riposavano le spoglie di Suleyman Shah (1178?-1236), nonno del fondatore dell’impero ottomano, ma che si trovava curiosamente in territorio siriano. Era accaduto che, nel momento della dissoluzione dell’impero e della sua ridefinizione territoriale, l’antica ‘turba’ (tumulo, secondo un’espressione usata anche nei Balcani musulmani) si fosse trovata al di fuori dei nuovi confini nazionali della Turchia ridefiniti dai vari trattati di pace dopo il 1918.

Il sultano Abdulamid ii nel xix secolo infatti aveva reso omaggio a questo lontano antenato, morto annegato nell’Eufrate nel corso di una battaglia contro i mongoli invasori guidati da Gengis Khan, erigendogli un monumento alle pendici del promontorio di Qal’at Ja’bar che dominava il corso del fiume. Nello stesso tempo però la collocazione della tomba ribadiva il carattere turco dei territori a sud dell’Anatolia fino all’Eufrate. Poiché la Siria già ottomana era stata posta sotto mandato coloniale francese, con il trattato di Ankara nel 1921, la Francia – su esplicita richiesta di Ataturk – aveva donato alla Turchia un lembo di terra intorno alla tomba. Dopo il 1946, con la cessazione del mandato, l’extraterritorialità del sito era stata confermata e sul luogo continuò a sventolare la bandiera turca, vigilata con orgoglio da un drappello di soldati, scelti a rotazione tra i reparti d’elite per ricordare la fedeltà dei giannizzeri alla dinastia e la loro storia.

suleymansah FB

Nel 1973 tuttavia, a causa della costruzione di una diga che avrebbe originato l’attuale lago Assad, le spoglie dell’antenato furono trasferite in una nuova sede più a nord, vicina al confine turco, ed ospitate in una costruzione realizzata ex novo. Le condizioni extraterritoriali rimasero, tanto che per visitare il nuovo mausoleo era necessario esibire il passaporto. L’esplosione della guerra civile in Siria aveva poi messo in serie difficoltà la piccola guarnigione che, trovandosi coinvolta in una situazione molto complessa e pericolosa – aggravata dal valore simbolico dell’enclave –, per mesi aveva vissuto un vero e proprio stringente assedio diventando oggetto di pressioni e minacce. Per questi motivi era diventato urgente trovare una soluzione adeguata, compatibile soprattutto con il ruolo neo imperiale che la politica estera turca intendeva assumere.

Alla fine, nel febbraio 2015, la guarnigione fu messa in salvo in Turchia con una vera e propria spedizione militare che impiegò quasi una brigata meccanizzata, aviogetti, elicotteri e droni. La costruzione fu fatta saltare e le spoglie dell’antenato della dinastia portate in salvo in una località ancora segreta nei pressi di Kobane. In realtà in precedenza – secondo fonti dell’intelligence francese – c’era stato il tentativo di trasformare la vicenda del mausoleo in casus belli per occupare parte della Siria settentrionale. La notizia era addirittura comparsa in rete provocando il fallimento del progetto, ma soprattutto gravi e velenose accuse ai vertici militari e alla fazione favorevole a Gulen. La resa dei conti al vertice politico turco – come ci racconta la cronaca di questi giorni – sarebbe insomma arrivata tardiva, ma non imprevedibile.

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