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sabato 18 Gennaio 2020

Guerra d’agosto, raid Usa da basi italiane

LIBIA, BOMBE USA DA BASI ITALIANE E GUERRA POLITICA IN CASA

Alla Ministra Pinotti la recita in Parlamento dove qualche isolato sopravvissuto delle vacanze prende atto che, oltre a golpe Rai bello che pronto, questo agosto ci sarà anche una guerra sotto casa, poco oltre le spiagge siciliane. Libia. «Il Governo è pronto a valutare positivamente un’eventuale richiesta di uso delle basi e dello spazio aereo se fosse funzionale a una più rapida e efficace conclusione dell’operazione in corso da parte degli Usa in Libia contro l’Isis». Lo ha detto il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, durante il question time alla Camera.

Guerra all’Isis ma poco poco
Facciamo la guerra a Isis, ma solo un poco, pare essere la traduzione dal politichese alla lingua pensata. Italiano poco pensato e troppo parlato.
Il governo manda allo sbaraglio la Ministra della difesa Pinotti, già sperimentata in dichiarazioni va e vieni, quelle che butti lì in un momento, e che il momento dopo devi far finta di non avere mai conosciuto.
Tecnica della ritirata meglio del peggior generale.
«Il Governo è pronto a valutare positivamente un’eventuale richiesta di uso delle basi e dello spazio aereo …».
Spasmi del non dire per paura di farsi capire.
Traduzione: gli Usa ci hanno chiesto l’uso delle basi italiane e dello spazio aereo per i raid su Sirte e noi abbiamo detto di si.
Noi governo decidiamo, voi Parlamento poi ne discuterete a babbo morto.

Strateghi Star Trek
Controreplica adeguatamente stralunata, tra Libia, Isis e valutazioni strategiche da Star Trek.
«Non dobbiamo farci percepire come nemici in Libia, perciò sarebbe un errore enorme concedere le basi per i bombardamenti» ha detto Alessandro Di Battista, M5s.
Il deputato Manlio Di Stefano ha chiesto al governo di collaborare con i Paesi che il terrorismo lo hanno già sconfitto come la Russia e i Paesi del Nord Africa. Chi sa dove lo ha letto.
Contenzioso fantapolitico che produce una risposta quasi sensata. L’Italia, traduciamo dall’Ufficio Stampa Difesa, «sostiene come fondamentale il coinvolgimento diretto e attivo delle popolazioni e dei Governi locali nella lotta al terrorismo…». Noi sosteniamo le kabile libiche contro Isis, fanno dire alla ministra, e non portiamo una guerra esterna che spinga le tribù locali ad arruolarsi con lo Stato islamico come in Iraq e Siria. Intelligente.

Italia «leading from behind»
Obama sappiamo, ha scelto in politica estera il «leading from behind», guidare dalle retrovie con interventi limitati e a basso costo, per non correre il rischio di restare impantanato in un nuovo Iraq. E anche l’Italia sta ‘from behind’, senza l’uso di bombe sue.
‘Stay behind’, come un tempo, a fare cosa?
Il primo raid dell’aviazione americana ha colpito le posizioni degli jihadisti asserragliati nel complesso dello Ouagoudagou, un centro congressi costruito ai tempi di Gheddafi che i combattenti islamici hanno disseminato di mine e di franchi tiratori grazie ai quali ormai da una settimana è stata bloccata l’avanzata dei soldati di Misurata.
Finora, nonostante le promesse, la comunità internazionale non ha inviato aiuti sostanziali alle truppe governative, che si sono trovate spesso a corto di rifornimenti di armi e di munizioni durante i combattimenti, al contrario dei miliziani del Califfato che, per bloccare l’avanzata degli avversari verso il centro della città, hanno fatto uso di camion imbottiti di esplosivo.

Il ruolo dell’Italia in Libia
Operazioni in corso, e ciò che è possibile sapere, sperando ci siano molto cose segrete utili a proteggere Paese e colpire i ‘cattivi’.
Il governo italiano, esplicita richiesta americana, deve mettere a disposizione delle forze aeree USA le proprie basi militari, a partire da Sigonella, e concedere agli aerei americani l’uso del nostro spazio aereo per le operazioni in Libia. Qualcuno, egoisticamente aggiunge l’interesse diretto italiano, visto che, oltre alla minaccia del terrorismo, il 90% dei migranti che arrivano in Italia parte dalle coste libiche.
Solo supporto logistico, suggeriscono in molti,anche per una delicata partita interna libica.
I raid Usa chiesti dal governo di Al Serraj, sostenuto dall’ONU e riconosciuto dalla comunità internazionale,  che controlla a malapena alcuni quartieri di Tripoli e la sua autorità non è riconosciuta dal parlamento di Tobruk né dalle milizie del Generale Khalifa Haftar che controllano la Cirenaica con il sostegno degli egiziani, dei francesi e del Cremlino.

Nessuna partita scontata
Nell’est della Libia la situazione è tutt’altro che stabile. Il 2 agosto un’autobomba lanciata contro un edificio occupato dalle milizie di Haftar a Bengasi ha provocato la morte di oltre 20 militari. L’attentato è stato rivendicato dal “Consiglio della Shura dei rivoluzionari di Bengasi”, un’alleanza di milizie islamiste che controllava la città fino all’arrivo delle forze del generale a fine 2015.
Comprensibile quindi, considerano in molti, il supporto italiano alla nuova iniziativa americana, ma accortamente stavolta, “Stay Behind”. Non per opportunismo o codardia, ma per buonsenso.
Le condizioni sul terreno, racconta chi ci opera occultamente da tempo, restano ancora quelle che avevano scoraggiato qualsiasi operazione militare internazionale sul terreno, in un Paese che si dimostra del tutto incapace di darsi un assetto politico stabile e credibile.
Anche dopo Isis, quando sarà, resterà il problema Libia, con tutti i nostri migranti in partenza mafiosamente controllata.

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