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giovedì 19 Settembre 2019

Non spie russe ma spie di casa gli hacker contro Hillary. Parola di spie israeliane

AMMUCCHIATA DI SPIE. «I RUSSI? NON C’ENTRANO PROPRIO NIENTE». Gli israeliani smentiscono la Clinton: gli “hackers” sarebbero elementi dello stesso Partito Democratico. Dopo le accuse di Hillary a Mosca, e le dure reazioni del Cremlino, gli israeliani di “Debka” a fare da arbitri. Non sono stati i russi del GRU, il Servizio segreto militare di Mosca a sputtanare Hillary con le mail contro Bernie Sanders ma fonti interne allo stesso Partito democratico. Intanto i sondaggi che contano (quelli Stato per Stato) danno Hillary ancora vincente.

Non spie russe ma spie di casa gli hacker contro Hillary. Parola di spie israeliane

La Casa Bianca sembra come la pasta per la pizza: tira di qua e tira di là alla fine resteranno (forse) solo i buchi. Ma cominciamo a spiegare perché, in questa fase, il telepolpettone in stile “Dynasty” si stia trasformando in una sceneggiata napoletana. Con tanto di risse furibonde come quelle che, ogni tanto, ai Quartieri Spagnoli, cominciano da balcone a balcone in un tripudio di lenzuola e mutande stese ad asciugare e finiscono, a coltellate, ‘miezz’a via.

Bene, cominciamo col dire che Hillary Clinton è sull’orlo di una crisi di nervi, nonostante i sondaggi degli ultimi due giorni siano meno catastrofici di quelli che circolavano fino a sabato. Il pessimo umore della signora, che evidentemente dava le elezioni già per stravinte, la porta a commettere errori da principiante. Ora attacca Putin, accusando la Russia di “hackeraggio” sui computer del Partito Democratico.

Attenzione: “hackeraggio” non significa che le porcherie denunciate non siano vere, ma che sono state rivelate con un’azione di spionaggio. Parole grosse, che rischiano di creare un clima da Terza Guerra mondiale prima ancora che Lady Clinton entri armi e bagagli nello Studio Ovale. Accuse che per molti sono campate in aria e sintomo di frustrazione. Gli israeliani di “Debka” sono velenosamente corti e asciutti. Loro sono più che sicuri: non sono stati i russi del GRU, il Servizio segreto militare di Mosca a sputtanare Hillary con le mail contro Bernie Sanders e sul “fund-rising”.

Citando “fonti interne” (non bisogna avere molta fantasia per capire quali possano essere), gli specialisti di Gerusalemme puntano il dito contro “ambienti interni al Partito Democratico americano”. La bomba è grossa e potrebbe portare a scoperchiare diversi altarini. Tutti molto pericolosi per la Clinton. Chi sono i finanziatori che la moglie di “CiccioBilly” non vuole che siano resi di dominio pubblico? Perché anche di questo si tratterebbe.

Non solo, se di ricatti dobbiamo proprio parlare, allora la sparata di “Debka” significa solo che Netanyahu, premier israeliano, ha una pistola puntata alla testa della Clinton. L’avvertimento (di sguincio) potrebbe essere: “Stai attenta a come ti muovi o alzo un polverone sahariano talmente forte da farti perdere le elezioni e da portare in carrozza alla Casa Bianca il miliardario “coatto”.

Ancora i giochi sono apertissimi e i sondaggi lasciano il tempo che trovano. Avevamo scritto che RealClearPolitics (media generale che raccoglie una trentina di “polls”) dava la Clinton e Trump sostanzialmente alla pari come voti assoluti, aggiungendo, però, che Hillary era avanti in termini di “delegati”. Questo perché il sistema elettorale Usa, nella quasi totalità degli Stati, assegna tutti i voti utili a chi vince anche per una sola scheda. L’altro non becca il resto di niente. Ecco perché le valutazioni vanno fatte su scala territoriale disaggregata, cioè Stato per Stato.

Il fatto che a distanza di un paio di giorni la media generale dei sondaggi ora premi la Clinton (+4%) conta fino a un certo punto. Una settimana fa per diversi istituti (Los Angeles Times, CNN e la stessa CBS) Trump era avanti. E, magari, basterà aspettare il prossimo scandaletto per vedere l’ago della bilancia pendere nuovamente dal lato dell’energumeno. Una cosa è chiara: Hillary non stravince. Anzi, il tarlo del dubbio s’insinua sempre di più nella capa dei suoi simpatizzanti (e in quella delle legioni di nemici che si è fabbricata).

E ora anche la signora sente una forte puzza di bruciato e comincia a reagire scompostamente. Sa che basta poco a far girare il vento. Contano solo i “battlegrounds”, i campi di battaglia dove i candidati alla Casa Bianca fanno più “campaign” e investono maggiori fondi per spostare l’ago della bilancia. Sono, come abbiamo già detto, quegli Stati che non hanno una solida tradizione democratica o repubblicana e che, di volta in volta, anche per poche migliaia di voti, possono favorire o far perdere del tutto un “front runner”.

Questi “battlergrounds”, mano a mano che ci avviciniamo al secondo martedì di novembre, potrebbero diventare (a seconda dei sondaggi) “swing states”. Cioè “Stati che oscillano” e dove basta lo “zero virgola zero uno” a dare tutto il bottino di voti a uno dei due candidati. A ottobre, quindi, balleranno un certo quantitativo di voti “tossup”, cioè quelli dell’incertezza. Per capire meglio la situazione, anche se la Clinton è avanti “overall” di 4-5 punti, in Florida (che porta una dote di 29 voti) è sempre indietro di 0,3%.

In Ohio ha fatto qualche passetto avanti, ma lo Stato resta sempre in bilico, questione di decimali. Così come in Iowa, dove Trump è staccato sempre dello zero virgola. In North Carolina guida Hillary (+2%), ma in Arizona (+0,5%) il distacco è assolutamente risicato. Tornando all’ennesimo scandalo che coinvolge la Clinton, occorre dire che Obama si è mantenuto molto meno agitato nei confronti della Russia. E lo stesso ha fatto l’Fbi, che per ora ha deciso di chiudere un occhio e di non affondare il colpo. Strano.
A meno che il Bureau non sappia già come stanno le cose: e cioè che gli israeliani hanno ragione.

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