• 19 Febbraio 2020

Turchia ricatto, visti liberi per noi o invasione di rifugiati

Dopo il “Fatevi fatti vostri” dell’ultrapresidente Edogan all’occidente per le critiche alla democrazia messa in manette, la Turchia manda in trasferta in Germania il suo ministro degli esteri per venirci a dire che se non liberalizziamo i visti di accesso ai cittadini turchi, loro, i turchi, ‘liberalizzano’ i milioni di profughi siriani che premono ai loro confini verso e l’Europa attraverso i Balcani. Ma per carità, precisa il ministro Cavusoglu, «questa non vuole essere una minaccia», salvo ripetere, «se non si arriva alla liberalizzazione dei visti saremo costretti a prendere le distanze dall’accordo del 18 marzo». Se non è una minaccia cos’è? Lo chiamiamo diplomaticamente ‘ultimatum’, o banditescamente ricatto?

Questione delle regole, che in Turchia di questi tempi non valgono molto. La risposta dell’Ue: «Se la Turchia vuole la liberalizzazione dei visti, deve soddisfare i criteri, le regole previste», ha detto un portavoce della Commissione. «La tempistica dipenderà sia da quando la Turchia ultimerà il lavoro, sia da quando il Parlamento europeo e gli Stati membri prenderanno la decisione finale». Risposta un po’ più elegante nella forma, rispetto alla sostanza: qui le regole ci sono, e ci sono anche i parlamento sovrani che decidono. Dalle vostre parti certe istituzioni sono state messo un po’ da parte, quindi datevi una calmatina che poi, se non combinare altri guai, vedremo.

Si litiga anche sui soldi, con meschine contestazioni di cassa, come tra sposi in via di divorzio. La settimana scorsa Erdogan aveva denunciato che, rispetto ai 3 miliardi di euro promessi per la questione rifugiati, l’Europa avrebbe versato solo «1 o 2 milioni». Erdpgan, sappiamo, di questi tempi parla a palmo. Infatti la Commissione europea il giorno successivo precisa di avere “allocato” 2,1 miliardi, anche se, precisa con malignità di ritorno, «Quei soldi non sono destinati al governo, ma al lavoro per i rifugiati con progetti come educazione, salute, supporto socio economico». Ma non sembrano esattamente queste le priorità nella Turchia del dopo golpe.

Le relazioni tra Turchia e Ue sono fortemente peggiorate dopo la risposta di Erdogan al fallito colpo di Stato del 15 luglio. Le cifre a saldo, ancora non definitive ci dicono di oltre 18 mila persone fermate nelle ultime due settimane; 10 mila formalmente accusate e arrestate; 70 mila sospese dalle proprie funzioni, o licenziate. Democrazia sospesa e la minaccia di reintrodurre la pena di morte. Una provocazione che bloccherebbe definitivamente le discussioni per l’ingresso della Turchia nell’Ue. Un caso? Una semplice provocazione? Cosa vuol veramente la Turchia di Erdogan dall’Ue, cosa vuole veramente rompere, facendo finta di non essere stata lei, ad evitare contestazioni dei moltissimi filoeuropeisti di casa?

Sospetto di provocazioni programmate. Le tensioni tra Europa e Turchia anche a Colonia dove ventimila turchi residenti in Germania sono scesi in piazza per una marcia «contro il colpo di Stato e per la democrazia» promossa dai pro-Erdogan. A Colonia e nella Renania-Nord Wesftalia si concentra oltre un terzo della comunità turca della Germania, che supera il milione e mezzo. Manifestazione pro Erdogan, e ovvia contromanifestazione della sinistra tedesco turco curda contro, con l’aggiunta di qualche gruppo di orfanelli hitleriano islamofobi. C’era anche un ministro turco, ma non ha potuto parlare Erdogan, in diretta streming da Ankara. L’ultrapresidente non ha gradito e ha denunciato la «inaccettabile violazione della libertà di espressione e di riunione». Argomento giusto con ciò che accade a media e giornalisti ora in Turchia.

rem

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