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mercoledì 23 Ottobre 2019

Nessuna guerra di religione ma l’uso jihadista a fini eversivi

Un argomentare a distanza tra autori di Remocontro. Alberto Tarozzi che si interroga sui timori di una guerra di religione cercata dal Califfo. «Forse Bergoglio negando le ”guerre di religione” voleva far presente anche un’altra cosa: che tra preti, missionari laici e vescovi, negli ultimi dieci anni, nel terzo mondo, ne sono stati ammazzati uno ogni quindici giorni. E nella maggior parte dei casi, la religione ha fatto da copertura a giochi di potere locali o alla spartizione delle scarse risorse presenti in zona.. ma finché non gli hanno sgozzato un prete sotto casa l’occidente manco se n’è accorto». «A quando un pezzo di Giulio Albanese sul tema?». Ecco accontentato Tarozzi. Giulio Albanese, che quando ha tempo voglia è un eccellente giornalista, ma che come prete non molla mai.

 

Ha ragione papa Francesco nel sostenere coraggiosamente che quanto sta avvenendo sul palcoscenico della Storia è una guerra a pezzettini. Dice la sacrosanta verità quando afferma che non dobbiamo cedere alla tentazione di uno scontro delle civiltà, spiegando che il terrorismo jihadista è una strumentalizzazione della religione per fini eversivi.
Le azioni criminali dell’Isis sono perpetrate con l’intento dichiarato di terrorizzare e dunque sopprimere chiunque si opponga al proprio delirio. E a questo proposito, è bene rammentare che i seguaci di al-Baghdad hanno numericamente e percentualmente ucciso più musulmani che cristiani.
Pertanto, i tragici fatti di Parigi, Bruxelles, Nizza, come anche la barbara esecuzione del sacerdote francese, avvenuta martedì scorso mentre celebrava la santa messa, non sono riconducibili ad una guerra di religione.

D’altronde, come affermato dai suoi predecessori (Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) negli incontri di Assisi, le religioni sono per la pace, altrimenti non possono essere considerate tali.
Questo indirizzo, dal punto di vista strettamente antropologico, sembra essere in contrapposizione con il fatto che la guerra, sin dall’alba della Storia, sia sempre stata santa, o, se si preferisce, sia sempre stata guerra di religione.
Basta leggere l’Iliade per rendersene conto: gli uomini e gli dei nel poema omerico combattono insieme. In effetti, siamo di fronte al tentativo, da parte dell’uomo, di dare una spiegazione al mistero che lo circonda, nel bene e nel male.

Allora non vi è dubbio che la guerra, con i suoi addentellati di violenza, di paura e di morte, abbia rappresentato per l’umanità uno degli scenari privilegiati per la riflessione e la pratica religiosa. È quindi sommamente necessaria un’opera di purificazione della memoria.
Questo coinvolge tutti i leader religiosi e deve essere finalizzata al recupero, per non dire al guadagno, di una coscienza più chiara di che cosa sia effettivamente la vera fede.
Alla luce degli incontri delle grandi religioni ad Assisi (il primo venne organizzato da Giovanni Paolo II nel 1986), possiamo dire che la responsabilità delle autorità religiose è incentrata sul ripudio delle logiche perverse di questo mondo.

Chi ha la subdola pretesa di uccidere nel nome di “dio”, commette un atto criminale perché in effetti il suo agire risponde ad un’ideologia protesa alla soppressione della vita umana, legittimata da un “dio” con la “d” minuscola.
D’altronde sappiamo bene che dietro i conflitti si celano interessi occulti, legati al “dio” denaro che trovano nell’esclusione sociale il terreno fertile per ogni genere di fondamentalismo.
Suggerisco, comunque, di leggere attentamente il Dossier del Messaggero di sant’Antonio, a firma di Marco Bartoli (http://www.credereoggi.it/upload/2015/articolo205_53.asp). Credo che andrebbe davvero studiato dai fautori delle Crociate che di questi tempi vanno per la maggiore sulla stampa nostrana.

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