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giovedì 5 Dicembre 2019

E che Hillary sia, con qualche dubbio ma senza alternative

Barack Obama mette da parte le divisioni del passato e incorona Hillary Clinton a Filadelfia invitando i democratici all’unità per battere la demagogia di Trump. Ma per il partito, tra sondaggi in calo e «vecchia» politica, vincere non sarà facile. La follia della società Usa: come sfilare a Trump almeno una quota della classe lavoratrice bianca, perché oggi sono i democratici e non i repubblicani a rappresentare la classe più benestante

«Stronger Together», più forti insieme
Partiamo dal trionfo della prima candidata donna alla presidenza nella storia degli Stati Uniti, candidatura accettata. Le 22.47 sulla East Coast, questa notte per noi, quando Hillary Clinton arriva alla fatidica frase.
«Con umiltà e determinazione, e con la massima fiducia nel futuro dell’America, io accetto la vostra nomination. Per la prima volta nella storia un grande partito ha designato una donna per la presidenza degli Stati Uniti. Sono felice per le nostre nonne e le nostre bambine. Anche per i ragazzi: quando cade una barriera si aprono nuove strade per tutti, e il cielo è l’unico limite».
«Stronger Together», più forti insieme è lo slogan che la Clinton ha voluto per questa convention. Un plurale rispetto alla sole prima persona che segna ogni pensiaro e discorso di Donald Trump che conosce solo la prima persona: «Io, io, io».

Ma non sarà una gara facile
Secondo Lee Drutman, ricercatore del think tank New America, i democratici hanno sostituito i repubblicani come il partito degli americani più benestanti. Barack Obama nel 2012 ottenne una più consensi tra gli elettori nella fascia di reddito superiore ai 220.000 dollari maggiore di quella ottenuta dal repubblicano Mitt Romney. Accenni di questione anche italiana vero? Come i voti di una certa periferia di Roma.
Paradossale che un miliardario come Trump possa risultare il paladino degli interessi della classe media impoverita? Paradossale, certo, si risponde Guido Moltedo su il Manifesto, ma è così.
La caricatura democratica oggi è che tocca soprattutto a Sanders il compito titanico di combattere per i voti dei lavoratori nelle zone ad alto rischio di sconfitta.
Insomma, Hillary e la sua fama di “falco” che continua a generare diffidenza tra elettori e attivisti progressisti.

La prima donna dopo il primo nero
Paradosso anche per Paolo Valentino sul Corriere della sera nell’affrontare la complessità di un passaggio rivoluzionario, frantumare definitivamente il «tetto di cristallo» della parità di genere. Ma non da una principessa venuta dal nulla come fu nel caso di Obama, “ma la Grande Dame di una dinastia che ha segnato profondamente la politica degli Stati Uniti negli ultimi 25 anni”.
La contraddizione che la insegue.
Essere percepita allo stesso tempo come preparata, brillante e sicura, ma anche distante, calcolatrice e inaffidabile. «Va avanti da sempre -ha detto alla vigilia Patti Solis Doyle, che fu a capo della campagna presidenziale di Hillary nel 2008- la considerano forte, determinata, ma alla fine tutto si riduce alla domanda se saprà mostrare un volto più umano e superare il test della credibilità».
E giovedì notte, valutano ascoltato attenti e capaci, Hillary ci sarebbe risucita.

Hillary sa, ora deve convincere
Chiara nella descrizione della sua proposta economica, della visione della sicurezza del Paese. Piena conoscenza degli argomenti, dei temi, dei dettagli, rispetto alle vaghezze ad effetto di Donald Trump. Secondo Federico Rampini, la candidata Hillary sarebbe sulla buona strada per superare difficili prevenzioni.
Buona parte del suo discorso (60 minuti in tutto) è riservata a conquistare i sostenitori di Bernie Sanders, la cui adesione sarà essenziale per sconfiggere Trump l’8 novembre. Elenca tutte le riforme che ha concordato con Sanders: aumento del salario minimo legale, no a trattati di libero scambio “iniqui”, università gratuita per gli studenti meno abbienti, sovratasse sui ricchi, stangata fiscale sulle multinazionali che delocalizzano, un giro di vite contro Wall Street.
Poi la democrazia è malata. Troppo denaro alla politica. Abolire la sentenza che ha allargato a dismisura la possibilità di finanziare le campagne elettorali.

Più facile l’anti Trump
Hillary Clinton, pragmatica signora dell’estrablishment Usa, vira a sinistra. Per i suoi primi 100 giorni alla Casa Bianca promette, «Il più grande programma di investimenti per l’occupazione mai varato dalla seconda guerra mondiale». «Stronger Together», rispetto all’America “di divisione, di paura” di Trump. E la storica frase di Franklin Delano Roosevelt, «L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura, è la paura stessa».
Trump, non è solo caricatura, è un pericolo reale.
«Abbiamo sbagliato a sottovalutarlo, a ridere delle sue sparate. Uno che insulta donne e stranieri, che umilia i disabili, che aggredisce un giudice, è un bullo al quale bisogna opporsi».
«Qualcuno si è illuso che fosse solo spettacolo, e ha pensato che prima o poi sarebbe venuto fuori un altro Trump. Non esiste un altro Trump».
«L’America e il mondo sarebbero in pericolo se l’arma nucleare finisse nelle mani di un uomo che può essere provocato con un semplice messaggio su Twitter, o perde staffe per la domanda di un giornalista».

Di qui all’8 novembre effervescenza assicurata, e ne vedremo certamente delle belle

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