• 27 Febbraio 2020

Salvataggio banche, troppa burocrazia poco mercato

Due anni fa bastava creare un fondo pubblico-privato dotato di 10 miliardi per far partire l’operazione di salvataggio di tutte le banche italiane che ne avevano bisogno. E non solo di Monte Paschi, come si tenta di fare oggi praticamente con gli stessi soldi. “Sì, ma l’Europa non lo consente” è la risposta.
E leggo: “i particolari da discutere sono moltissimi”. Rispondo, con Totò: “caro burocrate del bilancino, ma mi faccia il piacere!”. Negli Stati Uniti hanno vissuto una crisi bancaria più grave della nostra, il loro debito pubblico è mostruosamente più alto del nostro. Eppure, agendo con rapidità hanno riportato il Paese ad una condizione di forte espansione e di robusta creazione di posti di lavoro. Qua si pensa che sia tutta questione di finanza pubblica. Non è così. È anche capacità di intervento, valutazione dei rischi e delle prospettive, ricerca di soluzioni immediate.

E non ce l’ho solo con il governo, ma con tutta una classe dirigente che -se mai è esistita- in Italia sembra essersi dileguata. Se si tratta di sborsare “solo” 500 milioni, cosa aspettano cinque o dieci imprenditori italiani a saltare sul carro? I soldi ci sono. Manca forse la capacità o il coraggio? O manca il sostegno pubblico, non in termini finanziari, ma di sostegno, semplificazione e vantaggio fiscale. Con la sua aliquota al 10% per le imprese, l’Irlanda è tornata rapidamente con il vento in poppa.
In Italia no: si continua a litigare in politica come i “polli di Renzo”, si contratta con l’Europa (da mesi, ormai, senza giungere a conclusione), si continua a costruire ostacoli e cavilli, soprattutto, presumo, per preservare il marchingegno pubblico. Nulla si fa per facilitare l’investimento. Anche nelle banche che oggi sono i cespiti più succulenti sul mercato.

Lo capiscono gli stranieri che stanno solo aspettando di comprarsele a prezzi da saldo. Mi sa che lo capiscono anche gli investitori italiani. Ma non osano. Eppure, i soldi ci sono, come ho detto. Cosa li blocca? Non c’è più coraggio e capacità di rischio imprenditoriale in giro? Ci ha provato Malacalza con la Cassa di risparmio di Genova, e sta anche affrontando notevoli traversie, ma sono convinto che, alla fine, la spunterà.
O, forse, la situazione complessiva del Paese è più grave di quel che vogliono farci credere? Cosa devo pensare? Che il Paese è finito, ormai da tempo, in mano ai “bimbominkia” abbastanza cresciuti e rischia di precipitarci definitivamente, a giudicare dai personaggi che vedo gironzolare nei luoghi del potere? Non è il caso del ministro Padoan, che è stato cooptato nel governo per la sua esperienza e capacità. Basta tergiversare.

Bisogna agire. Magari, fregandosene dei lacci e laccioli internazionali. Fate quello che vi sembra più giusto, seguendo gli accordi per quanto possibile (se lo sapete fare), e per le eventuali sanzioni si vedrà come pararle, o che cosa fare al momento opportuno. Agite con i tempi dei mercati, perché i danni che stanno maturando potrebbero essere ben più gravi di eventuali richiami e sanzioni.

Antonino Di Stefano

Antonino Di Stefano

Antonino Di Stefano, giornalista economico e finanziario, tornato a scrivere dopo venti anni. Per non arrendersi.

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