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sabato 7 Dicembre 2019

Terrorismo, autodifesa impossibile, attenzione utile

Ancora un contributo di Carlo Bocchialini su un tema che coinvolge tutti noi: come può la società difendersi dal terrorismo, come è possibile per ognuno di noi difendere la propria vita e la propria famiglia dalle diverse violenze dilaganti. Dopo Nizza, Monaco e prima ancora le troppe stragi Isis. Nessun manuale di autodifesa o una rincorsa alle armi modello americano, ma qualche semplice ragionamento. Condivisibile o meno, un approccio a un problema che ci coinvolge tutti.

di Carlo Bocchialini

«Un ragazzino dolce che poteva essere nostro figlio». È uno dei commenti dei passeggeri del treno regionale Ochsenfurt-Würzburg, in Baviera, che sono stati attaccati a colpi di ascia e di coltello dal diciassettenne Muhammad Ryad. Arrivato l’anno scorso dall’Afghanistan, da solo, era stato ospitato in un centro di accoglienza di Ochsenfurt facendosi benvolere da tutti, secondo le testimonianze di chi lo conosceva. Andava a scuola e di recente una famiglia lo aveva accolto con sé.
Qualora ci fosse bisogno di ricordarlo, il male non ha un volto chiaro né confini precisi (Heinrich Himmler, in una lettera alla figlia, che ha dato il titolo ad un film doumentario, si definiva un “uomo per bene”). La domanda è: il singolo individuo, nel suo piccolo, ha modo di difendersi? Di fare qualcosa contro un attacco terroristico? Provo ad applicare alcuni principi di difesa personale, per cercare una risposta.

Viviamo in una società ossessionata dal controllo. Malattie, futuro, patrimonio, pensione, vorremmo controllare persino la morte, ma quella continua a ricordarci i limiti del nostro delirio di onnipotenza. Ci farebbe sentire meglio poter dare delle caratteristiche al male: un volto lombrosiano, una nazionalità, una razza, un colore. Sapere che i cattivi sono gli immigrati, i neri, i rom, le suore di clausura o i benedettini ridurrebbe la nostra ansia.
Fino a qualche tempo fa, ci piaceva pensare che per sfuggire a un attentato sarebbe stato sufficiente stare lontani da grandi capitali, aeroporti, stazioni, alberghi di lusso in paesi mediorientali o altri luoghi sensibili. Avevamo l’illusione di poter decidere. Le eccezioni c’erano, ma tutto sommato rientravano nel fisiologico. Il risveglio è stato brusco e ci siamo accorti di non essere al sicuro da nessuna parte, si tratti di una spiaggia, un treno locale o una promenade in riva al mare. E questo perché ci preoccupiamo solo di noi stessi: gli africani sanno da tempo che anche il più sperduto villaggio non può stare tranquillo con Boko Haram in giro.

I cattivi non sono solo giovani traumatizzati dalla vita, ma anche ragazzi della porta accanto, spensierati e di buona famiglia (Dacca). Purtroppo, tutto questo era prevedibile. Il terrorismo islamico ci mette di fronte a una assoluta incapacità di controllo e previsione. Dobbiamo imparare a conviverci come fanno gli israeliani da decenni. Insegno krav maga, insieme di tecniche di difesa personale messe a punto da questi ultimi, e pratico arti marziali da 35 anni. In materia, ho maturato solo due certezze: 1) non si è mai “capaci di difendersi”, ma si fa come si può nel caso specifico; 2) ci sono situazioni in cui è oggettivamente impossibile farlo.
Chiunque, anche non provvisto di particolari competenze, può provare a respingere un balordo, ma una ragazza sola accerchiata dal branco che vuole violentarla può solo pregare, se ci crede, e lasciar fare. Se fermare un coltello è molto difficile, contro una pistola o un kalashnikov già a una distanza di un metro non si può più fare nulla. Qualunque predatore (aggressore o terrorista) conta su un enorme vantaggio: l’effetto sorpresa. Abbiamo un tempo più o meno lungo tra lo stordimento di fronte a un fatto imprevisto e la nostra reazione. In mezzo ci si mette anche il panico a complicare le cose, talvolta ci paralizza.

Posto che è impensabile vivere “in guardia”, l’unica cosa che possiamo fare è alzare la soglia di vigilanza in situazioni potenzialmente pericolose: senza necessariamente pensare ai terroristi, una donna sola che ritira l’auto in un parcheggio alle 11 di sera adotterà precauzioni (sensi attivati, prontezza a reagire, niente cuffiette con la musica e, magari, spray al peperoncino in mano) diverse da quando è seduta comodamente sul divano di casa (anche se ormai i ladri entrano in qualunque momento).
Quando siamo in treno, in aeroporto, a una fiera o comunque in un luogo affollato, dobbiamo avere una soglia di attenzione maggiore. Anche un filo di paura non guasta: ci fa stare più attenti. La vita comoda (o quasi) ci ha fatto dimenticare i suoi benèfici effetti: dobbiamo tirare fuori l’animale che è dentro di noi, quello che si è difeso per millenni dai pericoli esterni e che è dotato di un sesto senso che gli fa percepire quel qualcosa che non va in una persona o in una situazione.

Il “knockout game” stupido gioco con cui qualche adolescente tira un pugno senza alcun preavviso a un ignaro passante, si basa proprio su questo: sfruttare il vantaggio della sorpresa. Bei cretini e bei vigliacchi ma, salvo avere riflessi prontissimi, non c’è niente da fare per difendersi.
Morale: ci sono situazioni in cui anche la migliore delle teste di cuoio nulla potrebbe fare, ma ce ne sono altre in cui una piccola reazione basterebbe a salvarci la vita. Seguire un corso di difesa personale può aiutare, ma è soprattutto alzando il livello di attenzione, attivando il sesto senso e allenandosi a immaginare attacchi nelle situazioni della vita di tutti i giorni, che ci faremo cogliere meno impreparati. L’istinto è la miglior difesa perché lavora sulla prevenzione. Poi c’è il coraggio, ma quello è un altro capitolo.

carlobocchialini@gmail.com

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