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sabato 18 Gennaio 2020

«Binnu u tratturi» Provenzano, mafia solo di ieri?

Muore ad 83 anni uno dei maggiori criminali italiani, noto per il suo potere e la sua crudeltà. Bernardo Provenzano era malato da tempo. Indicato come il capo di Cosa nostra, venne arrestato dopo una latitanza di 43 anni l’11 aprile del 2006 in una masseria di Corleone, a poca distanza dall’abitazione dei suoi familiari. I suoi figli rimasti sempre fuori dalle indagini. Forse non li vedremo intervistati da Vespa a Porta a Porta

Anche al boss morente il riconoscimento della sua pericolosità. Il capomafia era detenuto sempre al regime di 41 bis -massima sicurezza- nell’ospedale San Paolo di Milano. Tutti i processi in cui era ancora imputato, tra cui quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, erano stati sospesi perché il boss, sottoposto a più perizie mediche, era stato ritenuto incapace di partecipare. Grave stato di decadimento cognitivo, lunghi periodi di sonno, rare parole di senso compiuto, quadro neurologico in progressivo peggioramento è l’ultima diagnosi che i medici dell’ospedale hanno depositato. Ma lui, «Binnu u tratturi», ormai una larva di uomo, doveva spegnersi in carcere. Morte simbolo.

Provenzano, indicato come capo di Cosa Nostra, venne arrestato dopo una latitanza di 43 anni l’11 aprile del 2006 in una masseria di Corleone, a poca distanza dall’abitazione dei suoi familiari. Fu preso dopo anni di investigazione certosina là dove tutti avevano sempre immaginato che si sarebbe nascosto, a due passi da casa, nel casolare di un pastore, a Montagna dei Cavalli, poco distante dalla sua Corleone, tra caciotta, cicoria, spremute d’arancia e miele che sua moglie Saveria gli faceva arrivare.

Quando l’Italia lo ha visto per la prima volta, il volto di Bernardo Provenzano fu una rivelazione rispetto alla foto segnaletica di 50 prima in mano agli inquirenti. Il boss che, per una vita, aveva diviso con Totò Riina lo scettro di una Cosa nostra che aveva dichiarato guerra allo Stato a suon di bombe e tritolo, uccidendo le icone della lotta alla mafia come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con gli uomini delle loro scorte, ma anche decine di poliziotti, carabinieri, magistrati, uomini delle istituzioni, sembrava ancora un anziano “pecoraro” sceso dalle montagne.

Quelle montagne in cui era tornato a rifugiarsi nella parte finale della sua latitanza. A Corleone lo chiamavano tutti “Binnu u tratturi”, un trattore per la violenza con cui affrontava i suoi avversari. Ma nel binomio che per anni lo ha visto appaiato con Riina nella guida di Cosa nostra, Provenzano fu il regista della cosiddetta «strategia della sommersione» che, dopo le stragi, ha portato Cosa nostra ad allentare la violenza della sua guerra allo Stato mentre partiva la controffensiva delle forze dell’ordine culminata con l’arresto di tutti i superlatitanti, a cominciare proprio da Riina.

Provenzano diventa latitante negli anni Sessanta quando i corleonesi attaccano gli avversari del clan Navarra. Nel 1969 c’è anche lui nel commando di cinque killer, travestiti da finanzieri, che irrompe in viale Lazio per uccidere il boss Michele Cavataio. Durante la latitanza ha fatto studiare i suoi due figli all’estero e pare li abbia tenuti fuori da Cosa nostra. Angelo, quarantenne, è stato recentemente al centro di polemiche per aver guidato turisti americani tra Palermo e Corleone alla scoperta della mafia. Francesco Paolo, 35 anni, risulta vincitore di una borsa di studio come ricercatore in una università tedesca.

Se devi ammazzare, fallo senza troppo rumore. Il basso profilo quai una fissazione. Diffidenza la regola di vita. Raccomandava agli amici di parlare a bassa voce e di controllare la presenza di cimici e telecamere nascoste. Mandava i suoi ordini con i celebri “pizzini” codificati e scritti in una lingua approssimativa con l’inseparabile macchina per scrivere. Anche lui figlio non pianto della scomparsa ‘Olivetti 22’. In quei pizzini era rappresentato tutto il mondo di Provenzano, quello che il pentito Angelo Siino ha descritto come un “sistema” di imprese, appalti, affari, soldi riciclati nei canali dell’economia legale.

Soldi, potere e amicizie infiltrate ovunque. Una rete di relazioni e mediazioni con la politica che non si è mai riusciti a penetrare fino in fondo. E un grosso mistero resiste ancora attorno al suo patrimonio del quale gli investigatori sono riusciti a rintracciare poco o nulla. Il boss corleonese era certamente depositario di tanti segreti che si porta nella tomba. A cominciare dalla presunta trattativa Stato-mafia, che gli avrebbe consentito di rimanere cosi a lungo latitante. Imputato nel processo ancora in corso, la sua posizione era stata stralciata proprio per le sue condizioni di salute che gli impedivano di seguire il processo.

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