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lunedì 14 Ottobre 2019

Usa, rivolta nera contro i poliziotti killer. Italia e il razzismo degli altri

Dallas: protesta contro afroamericani uccisi, assassinati 5 poliziotti. Obama: “un problema di tutta l’America, non solo di neri e ispanici”. La rabbia nera che rischia di travolgere l’America. Quattro cecchini hanno aperto il fuoco. Undici in tutto i poliziotti colpiti. Altri sei agenti sono feriti, quattro in modo grave. Una quarta persona è asserragliata in un garage della città.
Poi i drammi di casa nostra. Davvero si può scappare da Boko haram, uno dei gruppi terroristici più efferati del mondo, e non sopravvivere all’Italia? Davvero l’Italia è diventata peggio di Boko haram?

«Un problema di tutta l’America le uccisioni degli afroamericani da parte della polizia. Non sono una questione solo nera o ispanica, ma una questione americana», ha detto Barack Obama commentando da Varsavia dove si trova per il suo ultimo vertice Nato.
«Tutte le persone imparziali dovrebbero essere preoccupate dal problema della frequenza con cui la polizia uccide gli afroamericani, ha osservato. L’America può fare di meglio».
«I neri uccisi dalla polizia sono il doppio dei bianchi in Usa, ha detto Obama. Molti cittadini sentono che non sono trattati allo stesso modo per il colore della loro pelle».

Si aggrava intanto il bilancio del terribile attacco ai poliziotti a Dallas: sono 5 gli agenti uccisi in una sparatoria scoppiata sul finire di una manifestazione di protesta contro le uccisioni di afroamericani. Il quinto poliziotto è deceduto in ospedale per le ferite riportate. Quattro cecchini hanno aperto il fuoco alle 20:58 ora locale (le 2:58 in Italia). Undici in tutto i poliziotti colpiti. Altri sei agenti sono feriti, quattro in modo grave. Tre persone sono state fermate ma è in corso uno scontro a fuoco tra la polizia ed una quarta persona è asserragliata in un garage della città.

Arriva anche a New York la protesta per la morte di due afroamericani, uccisi da agenti di polizia nel giro di 48 ore senza apparenti validi motivi, come documentato da video diventati virali sulle reti sociali. Nella Grande Mela è sceso in piazza il movimento ‘Black Lives Matter’ (le vite dei neri contano), che sta marciando attraverso il traffico della città concentrandosi su Union Square.

 

Ma torniamo al razzismo di casa, quello che tutti negano, a parole.
Igiaba Scego, scrittrice di pelle nera, su Internazionale

«Emmanuel Chidi Namdi, 36 anni, è morto.
Quando ho letto la notizia mi è mancato il fiato. Davvero è successo?
Davvero si può scappare da Boko haram, uno dei gruppi terroristici più efferati del mondo, e non sopravvivere all’Italia? Davvero l’Italia è peggio di Boko haram?».

«Penso alla moglie che ha assistito impotente all’omicidio. Penso a quegli attimi prima della morte di Emmanuel. Mi immagino una coppia in una tranquilla sera di estate a Fermo, mano nella mano, progettando il futuro. E poi un uomo nel buio, il suo odio, la sua spranga, il sangue, il cervello che schizza tutto intorno, la paura, il dolore, la furia».

«Dicono che è stato un ultrà. Che parola strana ultrà. Non ha un reale significato. Ti rimanda allo stadio, alle curve, al tifo. Però nasconde a volte anche altro. Nasconde il razzismo, il fascismo, un certo gusto di menar le mani. Ma dire ultrà, ripeterlo in tutti i telegiornali, è anche un modo di non prendersi le responsabilità di un atto efferato. È lui, solo lui, l’uomo con la spranga, il colpevole, sembrano giustificarsi tutti.
Lui, un balordo, uno strano, un emarginato in fondo. Succede, sembra dire la vulgata pubblica, non è colpa nostra se ci sono certe bestie in giro. E ci dimentichiamo che una bestia non nasce per caso. Che anche un omicidio a sfondo razziale è terrorismo».

 

MEMORIE DI RAZZISMO ITALIANO

Il primo caso di cui Igiaba Scego ha memoria, è quello di un giovane somalo, uno studente di nome Ahmed Ali Giama.
Ahmed arriva in Italia perché fugge da una dittatura militare, quella di Siad Barre. Lo aspetta una vita ai margini, tra i cartoni e le mense che offrono un po’ di cibo. Poi la notte tra il 21 e il 22 maggio 1979, quattro ragazzi annoiati gli danno fuoco e lui muore senza un perché sotto l’arco del tempio della Pace, a Roma.

Poi c’è stato Giacomo Valent a Udine. Era uno studente brillante. Una famiglia da telefilm americani. Il padre era stato cancelliere dell’ambasciata italiana in Jugoslavia e la madre era una splendida somala di nome Egal Ubax Osman. Una coppia che univa il bianco e il nero, con figli belli, eleganti, brillanti.
Ma come si permetteva quel “negro” di frequentare una scuola friulana esclusiva?
Due compagni di classe lo attirarono con una scusa in un capanno e lì giù botte e coltellate. Daniel P. (14 anni) e Andrea S. (16 anni) volevano dare una lezione a un diverso. E la lezione furono 63 coltellate che lasciarono Giacomo in un lago di sangue. Era il 1985.

Poi il 24 agosto 1989 a Villa Literno dove i giovani africani venivano usati dai caporali per la raccolta dei pomodori. Erano di fatto schiavi, pagati una miseria, per un lavoro faticoso ed estenuante. Ma davano fastidio per il solo fatto di esistere.
Quattro persone, con delle calze di nylon sulla testa, fecero irruzione nelle baracche dove dormivano gli africani e cominciarono quella mattanza insensata.
L’assassinio di Jerry Maslo fece capire all’Italia che il razzismo non era solo quello degli altri.

A quello di Jerry Maslo seguirono altri omicidi. Abdul Salam Guibre, detto Abba, un ragazzo italiano, una seconda generazione, originario del Burkina Faso preso a sprangate a Milano perché aveva rubato un pacco di biscotti.
Lenuca Carolea, Menji Cloptar, Eva Cloptara, Danchiu Caldaran, bambini rom morti in un rogo a Livorno.
Samb Modou e Diop Mor, uccisi a Firenze da un simpatizzante di Casa Pound.
E come non ricordare, solo due mesi fa, Mohamed Habassi, torturato e ucciso nel silenzio generale dei mezzi d’informazione e della politica?
Torturato non a Raqqa, ma a Parma.

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