• 27 Febbraio 2020

A.A.A. Premier turco usurato offresi per futuro incerto.
Remocontro 7 luglio 2013.
Non solo memoria

Mappa non turistica. Piazza Taksim è il pezzo europeo dell’antica capitale dell’impero romano d’oriente più frequentata da chi Istanbul la vive per più di una breve visita di vacanza. Da Taksim parte il passeggio ossessivo lungo la Istiklal sino a Galata, e i vicoli di Cihangir -la Montmartre locale- che scendono al Bosforo. A Taksim c’è uno degli infiniti monumenti ad Ataturk, e c’è il più alto tasso di presenza poliziesca rispetto a qualsiasi altra città europea. E’ a Taksim che qualsiasi manifestazione di rilievo deve svilupparsi e, per dovere opposto, deve essere eventualmente repressa. La festa dei lavoratori il Primo Maggio era l’occasione codificata per gli scontri annuali, a fare a botte tra democrazia formale e sostanziale vocazione autoritaria di tradizione locale. Gezi Parki era già allora la “terra di nessuno”, la via di fuga da manganelli e gas lacrimogeni. La mia postazione da diretta tv preferita, quando la Rai ancora trasmetteva da certe parti delicate del mondo. Ora si rischia di confondere Taksim con Tahrir al Cairo e pochi rimangono a spiegare.

Recep Tayyip Erdoğan visto da vicino è proprio come appare in foto e tv. Grigio e freddo. «A.A.A.», come un annuncio economico. Meglio ancora, Autoritario-Arrogante-Antipatico è la sintesi maturata nel tempo, da quando, novembre 2002, lo vidi vincere le elezioni politiche inseguendolo per tutta l’Anatolia, dai confini con Iraq e Siria sino Ankara ad Istanbul. Non sapevo allora che avrei trascorso gli ultimi cinque-sei anni del mio percorso da corrispondente estero Rai proprio in Turchia. Da storico narratore dai Balcani, tra una guerra e l’altra, seguivo anche la politica nell’area dell’ex impero Ottomano. Ed Erdoğan era il primo premier islamista nella militarmente laica repubblica voluta da Ataturk quasi un secolo fa. Fu soltanto anni dopo che scoprii un segreto del nuovo leader turco ormai saldamente al potere. Erdoğan, prima di qualsiasi apparizione pubblica segue l’esempio del suo amico italiano Silvio e si trucca. Ma lui le barzellette non le sa proprio raccontare e risulta simpatico come un brutto mal di denti.

Occhio alla ‘trebisonda’. Il dentista turco, nel senso del maldidenti Erdogan, lo dovetti inseguire nel febbraio 2006 a Trabzon, la Trebisonda della potenza marinara genovese sul Mar Nero dove gli antichi velieri potevano perdere la trebisonda e la rotta. Nella Trabzon turca delle pulsioni islamiche e assieme nazionaliste, perse la vita don Andrea Santoro, parroco missionario in terra di Lupi Grigi. Contraddizione tra islamismo e destra ultra nazionalista che non emerse allora. Pesava la contraddizione di un premier di origini fortemente islamiche che la politica italiana -Berlusconi 2- voleva vendere in Europa come amico islamico sì, ma “moderato”. Ed ecco inseguire Erdoğan lungo mezza Turchia per una intervista concordata tra le diplomazie di Roma e Ankara ma, evidentemente, non particolarmente gradita al premier. Con don Santoro sepolto ed attenzioni sopite, l’intervista ha la freschezza di una minestra riscaldata. Ed Erdoğan, nel poco di comunicazione che sta prima e dopo il ciak della ripresa Tv, ti trasmette il calore di una biscia.

Moderato per forza. Il mondo voleva sentire che l’universo musulmano turco si dissociava dalla violenza e lui, l’ex integralista del disciolto partito del Benessere, finito in galera nel 1998 per incitamento all’odio religioso, spiegava attraverso il Tg1 che l’islam è “per sua natura moderato”. Le interviste sincopate della tv non sono strumento ideale per un minimo di contradditorio, e l’intervista finisce nell’archivio delle cose inutili nelle teche del Tg1. Eppure, avendo scelto di parlare di Erdoğan uomo e non di politica, il personaggio è tutt’altro che banale. Ad esempio, al confronto col suo amico e sodale in Unione europea Silvio Berlusconi. I due si ritrovano a Izmir, la storica Smirne nel novembre del 2008. Abbracci, strette di mano a favore di telecamera. E l’improntitudine della Lega che dalla Padania tira un petardo tra le gambe dei due leader intenti a cinguettare: “Mai l’islam nell’Ue”, spara qualcuno dalla terra italica, e l’imbarazzo diplomatico nell’antica Smirne surgela sorrisi e promesse di prossimo matrimonio.

Don Rodrigo leghista e, a Smirne un giornalista un po’ biricchino, rischiano di far esplodere tutto. La domanda ai due Presidenti in colpo solo: “Questo matrimonio tra Turchia e Unione europea s’ha da fare o ci sarà sempre un don Rodrigo di mezzo?”. Silvio scivola via col pistolotto sull’imperitura amicizia tra Roma e la Seconda Roma di Costantino, facendo finta di non cogliere. Bonaiuti, dalla prima fila balza in piedi per individuare l’infiltrato tra i giornalisti graditi al seguito di corte. Erdoğan coglie la palla lanciatagli dal corrispondente Rai e replica ai ‘Promessi sposi’ con un detto popolare turco: “I matrimoni sono come gli affari, quelli buoni sono quelli veloci”. Infatti, cinque anni dopo, difficile trovare qualcuno i Turchia che ancora parli di Unione Europea come di una prospettiva reale. E l’Ue, per la politica estera di Erdoğan, è da tempo ridotta ad un veicolo utile per imporre riforme impopolari nel nome già non amato di Bruxelles, ma pronti a scendere certamente prima del capolinea finale e improbabile dell’accesso.

Ora Erdoğan è ingombrante. E qui scatta la traduzione simultanea dal politichese turco, leggibile soltanto da residenti di lungo corso. Le tendenze autoritarie in Turchia sono antiche come l’impero della Sublime Porta. Anzi, con il Padre della Patria Ataturk, si modernizzano attraverso un fascismo in salsa anatolica che, dopo la seconda guerra mondiale si evolve al pluripartitismo e libere elezioni. Libere un po’, ma sempre sotto tutela dell’Esercito, garante della laicità con ben tre colpi di stato alle spalle. Il codice penale che attende a giudizio i ribelli di piazza Taksim è l’italiano Rocco, e la polizia turca -lo abbiamo visto- non si considera al servizio del cittadino. I valori politici ed i distinguo tra partiti, in Turchia, si declinano secondo parametri diversi dai nostri. Il Chp, principale partito d’opposizione, ha un misero 20,8 per cento, il sostegno della gerarchia militare e di socialista (così si proclama) ha forse alcuni richiami al primo Mussolini. L’intellettualità e il mondo giovanile sono costretti anarchici in Gazi Parki.

In Turchia perdere la faccia è perdere il potere. Il vertice dell’Ak-Parti, partito per la Giustizia e lo Sviluppo fondato da Erdoğan e dal presidente Abdullah Gül, è diviso. Più che da parole critiche, da alcuni assordanti silenzi. Il presidente Gül tace dalle prime repressioni in piazza. Settimane fa l’ideologo Fethullah Gülen ha preso le parti della componente moderata dialogante con la protesta. Multimiliardario in dollari, Fethullah Gülen, considerato tra i 100 uomini più influenti del pianeta, vive da anni in Pennsylvania da dove dirige la confraternita islamica Hizmet che controlla centinaia di moschee in Turchia e nel mondo. Ma è soprattutto proprietario di un grande impero mediatico, dal quotidiano Zaman a varie emittenti radio e televisive che hanno sino a ieri favorito le vittorie straripanti di Erdoğan. Oggi, con la prima rivoluzione laica senza divise nella storia turca, saltano vecchie alleanze di potere. Tra queste il previsto scambio di ruoli tra Erdoğan e Gül. L’Islam degli affari non gradisce troppa platealità. Ne vedremo certamente delle belle.

Testo da remocontro 7 luglio 2013

Ennio Remondino

Ennio Remondino

giornalista, già corrispondente estero Rai e inviato di guerra

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