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domenica 22 Settembre 2019

I terroristi borghesi nel Bengala con la miseria appiccicata addosso

Se non ci fosse da rabbrividire, pensando alla tragedia avvenuta e a quelle che ancora potranno capitare, le analogie con un’Italia non troppo lontana risulterebbero quanto meno beffarde. Ci sono giovani ricchi e bastardi che se la prendono coi poliziotti presumibilmente poveri e di umili origini, che ci riporta alle imprecazioni di Pasolini nella sua […]

Se non ci fosse da rabbrividire, pensando alla tragedia avvenuta e a quelle che ancora potranno capitare, le analogie con un’Italia non troppo lontana risulterebbero quanto meno beffarde. Ci sono giovani ricchi e bastardi che se la prendono coi poliziotti presumibilmente poveri e di umili origini, che ci riporta alle imprecazioni di Pasolini nella sua poesia sugli scontri di Valle Giulia, sul finire degli anni 60.
In questo caso, in Bangladesh, oltre ai sassi sono volate bombe e coltelli omicidi, tra le vittime i nove nostri poveri connazionali, ma il principio è sempre lo stesso. Ci sono dei rivoluzionari ricchi che giocano col sangue dei “poveri” o degli innocenti.

In realtà Pasolini si sbagliava perché non aveva capito la composizione di classe della popolazione studentesca di quegli anni. Chi scendeva in piazza non erano più i goliardi fascistoidi della festa delle matricole ma, in buona parte, anche i figli di una classe operaia, magari di fasce relativamente ‘’aristocratiche’’, che erano riuscite a montare in sella al cavallo dell’Università sperando che li portasse lontano; ma che poi avevano visto quel cavallo piegarsi sotto il peso aggiuntivo dei pure non troppo numerosi nuovi arrivati.
In poche parole un caso clamoroso e diffuso di DELUSIONE DELLE ASPETTATIVE.

In effetti pressoché tutti gli scienziati sociali che hanno preso in considerazione i movimenti che negli ultimi due secoli (diciamo dalla rivoluzione francese in giù) hanno sconvolto la storia, nel bene come nel male, sostengono che essi devono in maggiore o minore misura la loro nascita e la loro forza all’essersi costituiti attorno a un’aspettativa delusa.
I poveri come protagonisti? Spesso sì, ma non mai i più poveri di tutti, quanto meno perché ricchi dello spirito di iniziativa di cui erano animati.
Fossero i borghesi, stanchi di vedere ricompensato inadeguatamente il proprio lavoro, che contribuiva all’agiatezza dei nobili. Oppure gli operai che si erano liberati dalle catene dei servi della gleba per andare liberamente a marcire nei tuguri delle città industriali.
Per non parlare della delusione delle vittorie tradite e mutilate o della sconfitta più umiliante del pensabile (se ci spostiamo a destra) e allo spirito di revanche che ne è sempre derivato, alimentando le dittature nazionalistiche.
Dei giorni nostri abbiamo già accennato, riferendoci alla presenza di numerosi di “figli di papà” dai colletti blu, nelle lotte del 68.
Ma è il terzo mondo che merita un discorso a sé, oggi.

Si è fatto un gran parlare, nei termini più ottimistici, del fatto che negli ultimi 10/20 anni sia finalmente decollato il mitico pil/pro capite nei paesi in attesa di sviluppo. Si è sottolineato, anche per il Bangladesh, che in pochi anni la percentuale di popolazione sotto il tetto della povertà assoluta sia sceso dal 50 al 27%. Come per dire che in questi casi la miseria non è il fattore scatenante, ma lo è solo ed esclusivamente il fanatismo religioso.
Per altro verso quella l’ipotesi che coloro che ci rompono le scatole non siano i più poveri, ma quelli che amano vagabondare, viene sostenuta anche per i richiedenti asilo.
In qualche caso si tratta solo di miserabili balle, ma in altri converrebbe, anziché contestare dati in parte verosimili, dare semplicemente un’interpretazione che non li banalizzi.
In sintesi, non saranno magari i più poveri di tutti ad agitarsi di più, ma sono comunque persone che soffrono un disagio, che vedono in altre parti del mondo quanti se la passino meglio di loro senza meritarselo e che quindi trovano giusto passare alle vie di fatto.

Nel caso Bangladesh risulta così quasi patetica l’insistenza nel voler enfatizzare le condizioni economiche relativamente agiate degli attentatori quasi che fosse uno sfizio, una moda da ricchi, farsi saltare per aria nel nome di Allah dopo aver compiuto una strage.
In primo luogo per ragioni aritmetiche: visto che le élite caratterizzate dagli attributi socio-demografici degli attentatori di Dacca stanno così in alto e sono così poche che, se veramente si trattasse di una moda esclusivamente radical chic, si verrebbe presto ad esaurire per carenza di materiale umano.

Dunque, se si volesse tranquillizzare l’opinione pubblica occidentale facendo vedere che si tratta solo di pochi bimbi viziati o viceversa che siamo di fronte a un limitato gruppo di invasati, sarebbe fatica sprecata. Al di sopra di quella soglia di povertà assoluta che connota ‘’solo’’ il 27% dei Bengalesi ci sta una larga maggioranza che il benessere, il nostro benessere, non lo ha mai raggiunto e mai lo raggiungerà. Sanno peraltro in cosa consiste e vedendolo meno lontano che nei tempi passati, non sono disposti a farne dono solamente alle generazioni future.
C’entra la povertà, c’entra il fanatismo, ma nessuna delle due variabili spiega sufficientemente il fenomeno.

La delusione è quella di una primavera che non verrà seguita dall’estate, di un lungo viaggio che non ti potrà portare lontano da una miseria che ti terrai appiccicato addosso. Di una periferia che non diventerà mai assimilabile ad un centro che pure non appare così lontano.
E’ lì che si nasconde la sfida per noi occidentali, nell’essere capaci di mantenere, e per tutti, quello che siamo in grado di promettere soltanto. Altrimenti tanto vale non promettere.
Non basterà un pugno di dollari o qualche muro più o meno elastico a respingere un assedio nel quale il nome di Allah spesso non è che un imprecazione di fronte a un miraggio.

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