martedì 25 giugno 2019

Un fantasma sull’Europa: si chiama Ttip e fa paura

Un fantasma dall’acronimo impronunciabile si aggira per l’Europa. Si chiama TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), cioè Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, e consiste in un accordo di libero scambio tra UE e USA, in funzione chiaramente anti Cina, che, integrando i rispettivi mercati, creerebbe di fatto l’area di libero scambio più […]

Un fantasma dall’acronimo impronunciabile si aggira per l’Europa. Si chiama TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), cioè Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, e consiste in un accordo di libero scambio tra UE e USA, in funzione chiaramente anti Cina, che, integrando i rispettivi mercati, creerebbe di fatto l’area di libero scambio più vasta del pianeta, dato che insieme le due economie rappresentano la metà del PIL mondiale. Il negoziato per la sua ratifica è in corso dal 2013, in modo più o meno segreto, ma è stato reso pubblico l’anno successivo su iniziativa italiana, suscitando un diluvio di reazioni, positive e negative, che ne condizionano il cammino.

Se i sostenitori ne mettono in luce i vantaggi economici, sottolineando, come fa il Centre for economic policy research di Londra, il positivo impatto sulle stremate economie europee, con una crescita prevista di 120 miliardi (di 90 quella USA), molti dubbi in materia vengono espressi dai critici. Primo tra tutti il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, che mette in dubbio le motivazioni stesse dell’accordo: “Gli Stati Uniti, in realtà, non vogliono un accordo di libero scambio, ma di gestione del commercio, che favorisca alcuni specifici interessi economici”.

Secondo Steglitz la posta in gioco non sono le imposte sulle importazioni tra UE e USA, già molto basse, ma le norme sulla sicurezza alimentare e sulle tutele di ambiente e consumatori. Lo scopo sarebbe quello di diminuire i vincoli sulle attività economiche delle multinazionali, spesso nocive per l’ambiente e la salute, e quindi la protezione dei propri cittadini da parte dei governi nazionali, invertendo la direzione di un percorso virtuoso.
Perché oltre ai contenuti discutibili, il TTIP introduce la clausola ISDS (investor-to-state dispute settlement), secondo la quale se regole, standard e leggi nazionali in materia di ambiente, salute, finanza, ecc.. si trovano in contrasto con gli interessi e gli investimenti delle imprese, gli Stati potrebbero essere obbligati a pagare multe salate.

L’ISDS, infatti, permette alle imprese stesse di scavalcare le giurisdizioni nazionali, facendo ricorso direttamente a tribunali di arbitrato internazionale, spesso composti da avvocati provenienti dalle imprese stesse. Appare chiaro come la situazione possa essere molto pericolosa e mettere in gioco la stessa legittimità democratica delle decisioni prese da ogni Paese, che verrebbe privato di parte della propria sovranità in materie tanto sensibili per la salute umana.
Che sia davvero così lo si capisce anche dalle affermazioni di Stuart Eizenstat, del Transatlantic Business Council “Molti standard europei sono ingiustificabilmente alti, e questo non ha basi scientifiche: ciò che può mangiare una famiglia americana, dovrebbe andar bene anche a una famiglia europea”.

Il TTIP rischia, così, di diventare il mezzo per aggirare tutte le norme scomode: dagli OGM ai controlli sui prodotti dell’industria cosmetica e di quella agroalimentare (carne, pollame, ecc). Basti ricordare come, quando nel 1988 l’UE ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con gli ormoni della crescita cancerogeni, Il Tribunale delle dispute del WTO abbia obbligato la UE a pagare a USA e Canada sanzioni da oltre 250 milioni di dollari nonostante le evidenze scientifiche e le tante vittime.
Ritorsione finita nel 2013 quando l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due Paesi carne di alta qualità fino a 48.200 tonnellate l’anno. D’altro canto l’Europa difende a spada tratta le proprie tipicità, come il nostro formaggio di fossa e il lardo di Colonnata, prodotti secondo secolari ricette considerate pericolose da chi governa dall’altra parte dell’Oceano.

Noi crediamo che per fare accordi come il TTIP i partner debbano avere non solo un’idea di sviluppo analoga, ma anche una filosofia e una storia che rispecchi gli stessi valori, non opposti. Poiché così non è – e non credo che noi italiani ci priveremmo mai di delizie che appartengono alla nostra tradizione in nome di una supposta “igienicità” – meglio tifare per noi e mantenere le multinazionali, anche sotto mentite spoglie e acronimi, il più possibile fuori da alcune porte.
Sul mangiar bene e sano, per esempio non hanno nulla da insegnarci: prova ne sia che secondo le statistiche OMS l’Italia è il secondo Paese più longevo al mondo dopo la Svizzera (dati relativi al 2014). Gli Stai Uniti? Al 42°…

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