lunedì 27 maggio 2019

Beppe Ferrara regista, il cinema di denuncia e un pessimo figurante

Giuseppe Ferrara, detto Beppe, non era un tipo facile, ci racconta Vincenzo Vasile che, per fortuna del cinema e del giornalismo, disse in tutto tre parole tre, costate quattro scene ripetute e bestemmie da parte del grande regista. Docufilm e Istant Muvie nella Palermo primi anni ’80 dove la mafia non solo ammazzava ma pretendeva anche di comandare. Un omaggio ad un importante testimone delle più significative vicende italiane del secolo scorso fatto con irrituale e simpatica delicatezza.

Giuseppe Ferrara, detto Beppe, non era un tipo facile. Me ne accorsi quando, da esordiente nella categoria “figuranti” -per i non addetti: “comparse”- mi urlò qualcosa di assai simile alla famosa battuta dell’impresario di varietà a Sordi: “Questo domani mo cacci”.
Nella versione a me dedicata dal regista di Cento giorni a Palermo sul set di quel film dedicato al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa la battuta suonava: “…se la sbaglia un’altra volta lo caccioooo”.

E io la quarta volta riuscii a non sbagliare, rimanendo miracolosamente senza barcollare dentro all’inquadratura di un complicato piano sequenza con carrello all’indietro, che iniziava con il pianista che suonava per davvero Smoking in your eyes, le coppie che si avvinghiavano nel ballo, e infine noi tre, io -giornalista- primo socio del circolo, -un vero maresciallo dei Cc collaboratore del generale-, secondo socio, -un dentista di rari ma convinti sentimenti democratici-, terzo socio, procedevamo verso la camera che arretrava precipitosamente.

Ma io, terzo sulla destra per inveterata assenza di orientamento e andatura da piede dolce sbarellavo puntualmente fuori quadro, alla quarta battuta. La prima era del dentista, -Ma Dalla Chiesa verrà?-, la seconda era del sottufficiale, -Io una moglie così non la lascerei un minuto-, la terza ancora del dentista, -l’ha promesso al sindaco-, la quarta, sardonica e pessimista era mia, -“…allora non viene”.

 

Beppe Ferrara
Beppe Ferrara

Il fatto è che la scena, girata nella location del Grand hotel villa Igiea, era il clou della sceneggiatura perché voleva riprodurre una serata di ansia e di passione della gente bene panormita iscritta al l’esclusivo Circolo canottieri Roggiero di Lauria, serata di qualche mese prima, quando il neoprefetto antimafia generalone Dalla Chiesa era atteso al Lauria da tutta quella bella gente, ma diede buca, per motivi di sicurezza o fors’anche per non incontrare chi dai piani alti della politica e della società palermitana non lo voleva in mezzo ai piedi e l’aveva fatto sapere con bordate di attacchi livorosi.

Poi dalla chiesa era stato ucciso, dopo appena cento giorni di scomoda attività di intelligence antimafiosa. E Ferrara quei cento giorni li intendeva come una rude sfida politica, tanto da azzuffarsi con il coproduttore francese (gruppo Alain Delon) per le insistenze che oltralpe avrebbero pretese sulla storia d’amore dell’anziano ufficiale con la giovane seconda moglie Emmanuela, Giuliana Desio, anch’essa vittima predestinata.

A correggere la sceneggiatura e virarla verso il grande pubblico in corso d’opera era stato aggregato alla troupe un mestierante della stazza di Rodolfo Sonego (sceneggiatore di Alberto Sordi) che ricordo seduto sulla seggiola da regista a scribacchiare battute e tagliare scene, ma non figura nei titoli. A differenza di un giovane neo-aiuto regista di nome Riccardo Iacona. Come non c’è tra i “crediti” il nome del direttore della seconda unità, dedicata alle scene d’azione, il “nostro” Peppuccio Tornatore, figlio di Francesco, storico dirigente del Pci di Bagheria, né si nominano tra attori e comparse le decine di militanti della sinistra palermitana che gratis ricoprirono tanti ruoli.

 

Instant Movie: cioè Film fatto sul tamburo della cronaca, settembre 1992 la strage, primavera seguente l’uscita. Con tanti di noi presi dalla “strada” e in particolare da via Caltanissetta,strada centrale dov’era la sede della federazioné del Pci come una ventina d’anni prima era capitato a tanti della generazione precedente la nostra, sempre con Ferrara per Il Sasso in bocca, docufilm di denuncia della mafia e dei suoi rapporti con il potere.

Lavorava così Beppe Ferrara, sempre rischiando accuse di faziosità e giudizi estetici negativi, ma sempre,cocciutamente a contatto con la realtà dei segreti e delle trame d’Italia, con un cinema profondamente intriso di impegno civile. Una delle prime prove che l’aveva fatto conoscere a noi cinefili bazzicatori di quei cineclub non ancora stigmatizzati dalla satira di Paolo Villaggio era stata nel 1963, una specie di “Potiomkin” del cinema verità: Misteri di Roma, una giornata di “cinepedinamento” dei Romani, affidata da Cesare Zavattini a un gruppo di giovani cineasti: Bertolucci, Giannarelli, la Mezzetti, Dal Fra, è appunto Ferrara, il più zavattiniano.

 

Io poi ricordo i film più recenti, come “Il banchiere di Dio” su Roberto Calvi, che Ferrara avrebbe voluto girare con Volontè, ma quando trovò qualche soldo per iniziare a girare l’attore era morto e “Faccia di spia” e “Panagulis vive” sull’eroico combattente antifascista greco. E infine un “Giovanni Falcone” girato di nuovo a Palermo poco dopo la strage di Capaci e che segnò il ritorno al tipico suo mix tra repertorio e fiction.

E qui tornò a volare qualche improperio tra noi, all’anteprima per la stampa, quando mi permisi di contestare certe disinvolture dei consulenti per la sceneggiatura che rischiavano di non rendere giustizia al protagonista. “A noi risulta invece che le cose siano andate così” mi pare che mi liquidò sibilando e aspirando tutte le “C” come si fa a Castelfiorentino, specie quando si è di molto appassionati per la verità delle cose, com’era stato e com’era Beppe Ferrara, fino all’ultimo.

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