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venerdì 20 Settembre 2019

Erasmus al tempo della Brexit. Effetti collaterali

Bar Sport scatenato sulla Generazione Erasmus, che se fosse stata l’unica a votare, tutta ‘’remain oriented’’ oggi non avremmo di che temere. Standing ovation da chi vede in loro il futuro radioso di un’Europa giovane e bella. Diffidenza acida di chi li interpreta come risposta insensibile, chic e un po’ renziana ai problemi indotti dal […]

Bar Sport scatenato sulla Generazione Erasmus, che se fosse stata l’unica a votare, tutta ‘’remain oriented’’ oggi non avremmo di che temere. Standing ovation da chi vede in loro il futuro radioso di un’Europa giovane e bella. Diffidenza acida di chi li interpreta come risposta insensibile, chic e un po’ renziana ai problemi indotti dal neoliberismo e li affiderebbe tutti a Poletti, versione non riveduta né corretta di alternanza scuola/lavoro.

Enrico Letta prova a smussare gli angoli: vero che i giovani tra i 18 e i 24 hanno votato in massa “remain”, ma altrettanto vero che alle urne ci sono andati in pochi, molto meno dei partecipativi e anziani sfigati per l’exit.
Insomma questi Erasmus saranno pure giovani e belli, ma sono pure un po’ pigri o no? L’Italia è divisa.

In attesa di meglio capire i complessi messaggi elaborati da opinion leader come Michele Serra e Roberto Saviano, mi provo ad enunciare in tre passaggi le risultanze di una ventina d’anni di coordinamento di progetti Erasmus ai quattro angoli d’Europa.

Primo: la questione linguistica.
Una ventina di anni fa mi capitò di sentire alla Coupole della Sorbona, un’importante conferenza sul tema di Jacques Delors, per la cronaca il padre del Progetto Erasmus. Due passaggi me li ricordo bene. Raggiungere in una decina d’anni la soglia del 20% di studenti dell’allora Cee con esperienza all’estero. Rendere possibile agli studenti di tutta Europa un’esperienza che producesse in loro un miglioramento delle conoscenze degli altrui sistemi educativi, linguistiche e culturali.

L’obiettivo di quel 20% non credo sia stato raggiunto, ma di sicuro si sono fatti passi in avanti. Chiari e scuri sull’arricchimento, soprattutto linguistico. Voglio dire che “migliorare” significa consentire a chi poco sa di aumentare le proprie conoscenze. Dunque, anche in materia linguistica, apprendere ciò che non si conosce. Una lingua terza, rispetto all’inglese o comunque un inglese decisamente migliore di quello già conosciuto.

Su questo terreno qualche passo indietro: vero che solo con la full immersion si impara l’inglese decentemente e dunque a modesto avviso del sottoscritto un’esperienza Erasmus di 4/6 mesi dovrebbe essere obbligatoria per tutti i neo laureati europei; meno vero che gli Erasmus debbano costituire, come spesso avviene, un gruppo isolato dal contesto di accoglienza, nel quale parlare in inglese tra di loro, ignorando la cultura e il mondo circostante; incomprensibile che alcune sedi universitarie impongano ai candidati una conoscenza della lingua inglese di livello B2, come se l’esperienza dovesse essere esclusa a chi dalla medesima potrebbe ricavare il giovamento differenziale più elevato (verificato a suo tempo che anche partendo da livelli più bassi lo studente riesce ad inserirsi).

Secondo: gli Erasmus britannici in Italia e gli italiani nelle terre anglofone o quasi.
Lo dico subito, senza generalizzare, ma i britannici che mi sono capitati erano spesso gli studenti peggiori. La questione della lingua qui agisce come un boomerang. Quasi del tutto disabituati a esprimersi in lingue diverse dalla propria, cascano dalle nuvole quando si rendono conto che sono loro a doversi adattare all’ambiente e non viceversa. Inoltre pesa il forte dualismo esistente nelle Università anglosassoni tra quelle di serie A e di serie B. Decisamente superiori alle nostre le prime; inferiori le seconde.

Chiaro che se godi del privilegio di aver potuto accedere alle prime, in Italia tu non ci vieni. Più probabile che tu sia spinto a guardarti attorno se vieni dalla serie B. Malauguratamente questo rischia di produrre l’aspettativa che un esame sia superabile con una tesina di x pagine e y righe (la quantità è più importante del contenuto), su di un autore, dico a memoria un Gramsci qualsiasi. Molti credono che il tutto si possa limitare a un riassunto senza alcuna capacità di contestualizzazione critica. L’impero dell’empirismo è restio a queste cose e lo studente rimedia un 18 con la preghiera di non farsi più vedere.

Viceversa ottima l’esperienza degli italiani nei Paesi anglofoni o quasi o comunque presso sedi in cui si tenevano corsi in inglese. Quasi sempre, i nostri, tra i migliori. Nasce forse di qui la fuga dei cervelli. Dall’avere scoperto che quanto ha trasmesso loro l’accademia italiana li rende competitivi e forse qualcosa di più. Forte richiesta da parte dei nostri aspiranti. Unica difficoltà è trovare una partnership qualificata. Non tanto per i colleghi quasi sempre squisiti, ma per ragioni amministrative.

Mi è capitato un’amministrazione che avrebbe voluto che gli studenti italiani ri-pagassero le tasse oltre la Manica, cosa assolutamente fuori dalle regole e me li ha pure accusati di fare i furbi. Exit immediata dal progetto da parte mia con mille scuse ai colleghi assolutamente innocenti. Migliore di tutte le sedi ‘’anglofone’’ è probabilmente l’Olanda.
Ottima la versione della lingua inglese, splendido il contesto multiculturale e gratificante per gli italianuzzi sentirsi numero uno, al pari dei tedeschi. Forse perché anni di arte di arrangiarsi li hanno resi più adattabili alle novità di quanto non sia avvenuto per i loro colleghi di nazioni meglio organizzate.

Terzo: come mai al Sud d’Italia le Borse Erasmus vanno spesso deserte.
Risposta di convenienza e rituale “Perché siamo poveri”. Vero talvolta in quanto la Borsa non copre tutte le spese. Ma quando ti vedi la persona in questione con smartphone e maglia griffata qualche dubbio ti viene. Non sempre i colleghi italiani incoraggiano, timorosi che il loro esame fondamentale venga soppiantato da qualcosa di esoterico, ma c’è un problema in più, soprattutto per la componente femminile.

Ne ho parlato a lungo con le mie allieve più coraggiose, che hanno affrontato l’esperienza uscendone entusiaste. Resistenze da iper protezione, con in più il veto del fidanzato. Il quale dirà pure ‘’avvocata’’e ‘’ministra’’ ed esprimerà tutto il suo sdegno di fronte ai dati sui femminicidi. Ma di fronte all’esperienza estera della compagna esprime malcelati timori di corna e pone la poveretta di fronte all’aut aut.

Senza generalizzare e con tutta la mia simpatia per quelle studentesse che sono andate oltre i pregiudizi e per i loro compagni che si sono guardati bene dall’ostacolarle. Ma l’Erasmus è anche questo: un modo per rispecchiarci nel nostro piccolo mondo e per migliorarci. Gli Erasmus non sono tutti giovani e belli, ma sono una risorsa da massimizzare e di cui non possiamo fare a meno.

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