A cinque anni dalla raggiunta unità nazionale, la terza guerra d’indipendenza nel 1866 si rivelò piuttosto deludente nei fatti, trattandosi soprattutto della prima esperienza bellica del nuovo stato, del suo esercito e soprattutto dello stato maggiore. Cento cinquant’anni orsono a Custoza (24 giugno) fu combattuta una battaglia che avrebbe anche scatenato polemiche lunghe decenni. La successiva battaglia navale di Lissa peggiorò i giudizi già poco lusinghieri, ma le provincie venete entrarono comunque nel nuovo regno per gli accordi internazionali stipulati in precedenza con Prussia e Francia. A parte le velenose accuse e recriminazioni dell’epoca e postume, oggi di Custoza si parla poco: pietoso velo della carità di patria o delegittimazione per omissione delle memorie risorgimentali?
Il congegno generale della battaglia sembra abbastanza semplice: tra le colline a sud del lago di Garda una parte dell’armata italiana in pratica si scontrò con il grosso dell’esercito austriaco credendo invece che il nemico si trovasse altrove. Clausewitz diceva a tale proposito che in guerra le cose più semplici sono le più difficili, ma il suo giudizio non spiega da solo tutto, considerando poi che in realtà le forze italiane erano più numerose di quelle austriache. Le debolezze sembrano da ricercare sul piano organizzativo, a partire da quello della mancanza di informazioni sul campo. Un servizio segreto militare esisteva comunque, ma si scopre ad esempio che il comandante, anziché restare a coordinare le notizie in arrivo, era stato inviato a Berlino per le trattative con i prussiani. Tornato pochi giorni prima della dichiarazione di guerra, non aveva potuto riprendere il suo posto perché inviato con urgenza a sostituire un collega.
Pesante anche il giudizio contenuto in una lettera inviata a Bismarck da un diplomatico tedesco presente al quartier generale del re: Theodor von Bernhardi esprime ammirazione per il coraggio dei tanti ufficiali che, pur al seguito del re in posizione defilata, si espongono invece al pericolo in prima linea, ma si chiede dove sia svolto il lavoro di stato maggiore, dove sia insomma e come funzioni quella che dovrebbe essere la guida di un esercito in guerra. Non mancarono infine rivalità meschine e piccinerie di vario tipo: pare che un generale, dopo aver ascoltato la drammatica richiesta di aiuto di un collega inviata per mezzo di una staffetta, abbia risposto in piemontese «Ch’ai dia al so general ch’as rangia», riprendendo a degustare un rinfrescante sorbetto al limone nell’afosa giornata estiva.
Prescindendo dall’anedottica, resta ancora ignoto ai più che la percentuale di disertori e renitenti alla leva fu la più alta tra tutte le guerre dall’Unità in poi perché centinaia e centinaia già arruolati attraversarono il confine verso l’Austria o si sottrassero alla chiamata alle armi. La polizia militare austriaca alle fine non ne poteva più: fu reso obbligatorio un questionario di venti domande da porre ai fuggiaschi italiani e da questi documenti – che ancora giacciono negli archivi austriaci mai esaminati a fondo – sappiamo che i principali motivi delle diserzioni non riguardavano la paura della guerra, ma la durezza del servizio che era ancora effettuato nel sud della penisola per la repressione del brigantaggio.