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domenica 22 Settembre 2019

BREXIT-Bufera su Londra e meteo politico incerto sull’Unione europea

IL METEO PREVEDE TEMPO DI BUFERA, ALMENO A LONDRA. POI TORNERÀ A SPLENDERE IL SOLE, MA NON È CHIARO SU CHI.
I giochi sono chiusi, il futuro dell’Europa è ora affidato agli umori e ai malumori dei britannici. Sono 46,5 milioni gli elettori chiamati a rispondere ‘Leave’ o ‘Remain’ al referendum sull’Ue. Dentro o fuori, senza alternativa o altra trattativa di concessioni interne, ha avvertito in queste ore il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker. Oggi decidete, domani decideremo tutti noi.

Una invenzione di David Camerun per puri e bassi calcoli politica interna, l’idea di questo referendum voluto per contrattare meglio con Bruxelles e poi sfuggito di mano allo stesso promotore. Ora l’Europa e il mondo (e lo stesso Cameron) col fiato sospeso rispetto all’ignoto politico ed economico che verrà da una manciata di voti britannici. Voti mossi da una campagna elettorale al veleno, più emotiva che ragionata con gli stessi partiti lacerati al loro interno.

“I due dioscuri-rivali dei Tory”, li chiama Alessandro Logroscino nella sua bella sintesi su Ansa.it, a indicare il premier David Cameron, ‘campione’ di Remain per rimanere anche lui al suo posto, e l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, l’uomo bandiera dei Leave sui media, ma anche pretendente ombra alla poltrona di Downing Street, che il ‘leave’ lo vorrebbe dare al collega di partito David. Partita con tanti o non sempre limpidi interessi di minor portata.

Cameron, proprio colui che a questo referendum ha aperto le porte per calcoli di politica interna, ha rivolto i suoi appelli finali in una raffica di interviste sui giornali. la Gran Bretagna – ha insistito come in un mantra – è e sarà “più prospera, più forte e più sicura” se resta “in una Unione Europea riformata”. Ma lui è pronto ad “accettare le istruzioni del popolo”, ha aggiunto.

Lontano politicamente mille miglia, ma sulla stessa barca di Remain, anche il leader radicale del Labour, Jeremy Corbyn, si è fatto sentire oggi. Per dire no alla Brexit a modo suo: “Votiamo Remain per difendere i posti di lavoro e i diritti dei lavoratori”, ha detto, per poi “cambiare l’Europa da dentro”. Il tentativo dei filo-Ue di inchiodare i rivali di Leave sul concentrati sul populismo anti immigranti di Nigel Farage.

I conservatori euroscettici guidati da Johnson e dal ministro della Giustizia Michael Gove hanno provato al contrario a prendere le distanze dallo scomodo compagno di viaggio e, almeno negli ultimi giorni, ad abbassare un po’ i toni: specialmente dopo l’uccisione di Jo Cox, la deputata laburista paladina dei migranti e dell’integrazione europea che ieri sera, nel giorno in cui avrebbe dovuto compiere 42 anni, è stata commemorata a Trafalgar square.

I numeri-simbolo degli schieramenti opposti restano intanto due: per Remain le 4300 sterline all’anno che ogni famiglia britannica perderebbe per le conseguenze di un’eventuale Brexit; per Leave i 350 milioni di sterline che la Gran Bretagna risparmierebbe alla settimana. Cifre entrambe discutibili: la prima perché puramente ipotetica, la seconda perché calcolata senza troppi scrupoli al netto degli enormi profitti che l’isola ricava dall’appartenenza al club dei 28.

Profitti di cui si mostra consapevole se non altro una parte significativa del mondo degli affari del regno, come conferma l’appello in extremis pubblicato sul Times da 1.285 top manager di altrettante aziende britanniche (1,75 milioni di lavoratori in totale) secondo i quali restare nell’Unione “è buono per il business, è buono per l’occupazione, è buono per il Paese”.

Il meteo prevede tempo di bufera, almeno a Londra. Poi tornerà a splendere il sole, ma non è chiaro su chi.

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