E poi dicono che stiamo vivendo una stanca vigilia elettorale.
Pensate che il neonato gruppo editoriale pigliatutto [Repubblica-l’Espresso, la Stampa, Il Secolo XIX, NdR], in questo inizio settimana ha dovuto scindersi come un atomo in un’esplosione, indicando con lo scoop di Repubblica in Massimo D’Alema il regista occulto della prevedibile vittoria della Raggi a Roma, e segnando contemporaneamente a dito con la replica di D’Alema a tutta pagina sulla Stampa la consorella Repubblica come l’house organ di Renzi.
Il fatto è presto detto: Repubblica ha pubblicato un retroscena che attribuisce fior di virgolettati all’ex presidente del Consiglio con il suggerimento di votare per Raggi a Roma. Mentre ci sono solo smentite e veleni, evidentemente distillati all’interno del Pd. Già il primo turno ha messo in luce una fuga di una parte dell’elettorato di sinistra speculare alle alleanze a destra via via stipulate nelle città e al Nazareno.
Si vota Pd assai meno. E assai più nel centro delle città, ma si vota altrimenti – Grillo, Lega, destra, astensione – nelle periferie più popolari. Da qui a vederla come un complotto, questa tendenza elettorale, sicuramente significativa, ce ne corre. E bisognerà vedere se e come a Roma, a Napoli, a Torino, a Milano, questa tendenza si consoliderà e si ripeterà al ballottaggio.
Ora, volendo ragionarci sopra, se l’affair D’Alema è un complotto, l’ha ordito qualcuno dallo sguardo non molto acuto, gente piuttosto miope, perché non si era visto mai che alla vigilia di un’elezione a qualcuno venisse in mente di amplificare il ruolo di un avversario politico attribuendogli il merito di un prossimo, probabile successo.
L’impressione è che retroscena e gossip non spostino di un ette voti e consensi degli elettori. Emozionando solo una ristretta cerchia di addetti ai lavori.
E suscitando semmai un conato di astensione, dalle urne e dalle edicole: parallelo di politica e informazione, che diventa obbligato in un voto che pur risultando di carattere “amministrativo” si sta rivelando tra i più giocati sul terreno mediatico, con continui sussulti di adrenalina effimeri e distanti dalla classica disputa sulla “fontanella” del marciapiede accanto, tipica delle campagne elettorali nei Comuni ai tempi della Prima Repubblica.
Questo è l’unico tratto comune nelle quattro grandi città, e solo Renzi – per evidenti scopi preventivi rispetto alle cattive notizie dei sondaggi – è rimasto a negare il valore politico – e perciò sovraesposto nell’informazione – del risultato dei ballottaggi: in settimane calde come quelle del Brexit delle stragi terroristiche e della crisi dei migranti, a differenza di altri organi di informazione europei, i giornali e i siti italiani hanno mantenuto larghi spazi in prima pagina per i casaletti e la piscina di Roberto Giachetti, lo stage giovanile della Raggi nello studio Previti – Sammarco, lo stipendio di Sala, la moglie ebrea di Parisi e la vendita del libro di Hitler da parte del Giornale, la coprolalia di De Magistris, il ciuffo spettinato di Lettieri, lo sguardo mesto di Fassino, il colpo basso che gli ha dato la Boschi minacciando di tagliare i fondi nel caso di vittoria grillina.
Provincialismo? Ci vedrei piuttosto un arrancare della nostra informazione, un nostro rincorrere il valore politico di una tornata elettorale che segnerà sicuramente una svolta. Penso che il problema sia quello del tentativo di riconquista da parte delle principali formazioni contrapposte del proprio elettorato in movimento.
La destra, attenta in questi giorni ai bollettini medici del San Raffaele, probabilmente pensa a qualche apparentamento con i cinque stelle, in soccorso al probabile vincitore, ma Paolo Mieli ha impietosamente rilevato sul Corriere che lo “scambio” è assai asimmetrico: Salvini offre i voti, e i grillini no.
Il politologo Piero Ignazi l’altro giorno su Repubblica ha osservato, invece, come nelle due settimane un po’ tutti i candidati del Pd abbiano corretto il tiro che probabilmente veniva dal Nazareno, avendo raschiato il fondo dell’elettorato di centrodestra, chimera della filosofia renziana, solitamente concentrato nei quartieri centrali delle città, mettendosi a scarpinare le periferie geograficamente e ormai politicamente lontane.
Fontanelle a secco, servizi al lumicino, deserti sociali: occupandosi di tutto ciò i candidati del Pd hanno probabilmente compiuto un atto di disobbedienza nei confronti del quartiere generale, che li vorrebbe impegnati nei banchetti per l’abolizione delle tasse, a rischio di contestazione. Interessi, speranze tradite, promesse, un candidato sindaco è portato a toccare con mano con umiltà i problemi: forse, guardando bene, sta qui terra terra il valore politico, e nazionale, del voto di domenica.