lunedì 18 dicembre 2017

«T’amo da morire», gli Otello nascosti e le troppe Desdemona

Sara a Roma, Michela a Pordenone, Deborah a Milano, Assunta ancora a Roma. L’omicidio di Sara, come un rogo di strega… Ma non meno terribile la morte di Assunta, che neppure ce ne siamo accorti. “Donne oggetto di possesso. Per cui è preferibile vederle morire che non magari passare di mano…” Francesca de Carolis declina la logica senza sconti, “Molto simile all’idea che per tutelare le nostre proprietà sia lecito tutto, anche avere una pistola di scorta e farsi giustizia da sé”.

Rileggendo, dell’omicidio di Sara a Roma, e solo l’altro ieri della morte di Michela a Pordenone… ma anche dell’omicidio, che era maggio, di Deborah a Milano, e quello di Assunta, nel mese di aprile, ancora a Roma, e di tutte quelle che magari sono state solo un trafiletto, o un articolo di cronaca locale… che mica si può star dietro a tutte. Terribile, l’omicidio di Sara, per una così giovane vita bruciata, come su rogo di strega… Ma non meno terribile la morte di Assunta, che neppure ce ne siamo accorti, che non più giovane, che aveva appena lasciato il marito.
Mi ero messa, tempo fa, a raccoglierne quante possibili, di notizie di quelle morti, che ce ne è una ogni due o tre giorni. Per cercare le differenze per cui qualcuna occupa le prime pagine per giorni, trascinando nella scia d’emozione le morti dei giorni a ridosso, mentre per altre poco più che un take d’agenzia. Perché presto l’emozione si acquieta. Ne ho un pacco di brani d’agenzia che non sono arrivati all’onore delle prime pagine.

Prendo un vecchio appunto, a caso, della primavera del 2008. Tutto era avvenuto al sicuro, al riparo delle mura di una casa. A Taranto. Dove un marito ha ucciso la moglie e le due figlie. A martellate. Un massacro. E guarda, tutto si ripete, giusto martedì scorso, sempre a Taranto, uccide moglie e figlio, e poi si uccide… Strage familiare, si dice, anche. Con quell’aggettivo, familiare, pure richiamo a un luogo, a qualcosa di affettuoso e buono e accogliente. Inquieto, pauroso ossimoro.
Cronaca ordinaria di quel “t’amo da morire”, che se calano gli omicidi ( ultimi dati istat) aumentano in assoluto e in proporzione le uccisioni di donne. Che poi, a ben vedere, è solo la conseguenza estrema e più “evidente”, di una enorme, diffusa, soffusa violenza di genere.

Mentre m’interrogo, torna il ritornello di una vecchia canzone… l’abbiamo sentita tutti, immagino, noi che negli anni settanta eravamo già entrati nell’età della ragione. “Avrei preferito vederti morire quando alla festa ti ho vista con lui…” Ricordate? Gli alunni del sole. 1972. Ombre di luci.
L’abbiamo sentita tutti e forse ci siamo anche lasciati cullare al ritmo dondolante del sua melodia, magari avvinghiati al fidanzato o alla fidanzata di turno.

“Sembravi un angelo nell’inferno / ombre nel cielo del nostro amore che si bruciava come un fiore al sole / io avrei preferito vederti morire / io avrei preferito vederti morire”, E magari l’abbiamo canticchiata commovendoci di tanto amore, senza renderci conto della mostruosità di quel pensiero,
Insieme a quel motivo, che tutti allora abbiamo forse ritenuto innocente, ritorna oggi una domanda: ma quanto è profondo e quanto è rimasto abbarbicato in noi, quel retaggio culturale che vuole la donna oggetto di possesso. Per cui è preferibile vederla morire che non magari passare di mano…

Scusate ma non vedo molta differenza con l’idea che per tutelare le nostre proprietà sia lecito tutto, anche avere una pistola di scorta e farsi giustizia da sé. Quell’idea del diritto di proprietà che a tutto ci autorizzerebbe, anche alla morte degli altri..
E al di là delle motivazioni che per ogni atto si posso trovare, al di là delle fragilità contemporanee, delle disperazioni, che sono pure ragioni, ma credo solo contingenti, il nodo culturale è sempre lo stesso. Quello che in altri tempi ha pure giustificato, di fatto autorizzandolo, il delitto d’onore. Forse qualcuno si arrabbierà, che tanta strada è stata fatta, e che le donne oggi, e gli uomini adesso… e bla bla… ma cambiando pure tutti i termini che sono da cambiare, giro sempre intorno alla stessa domanda: in quali buie profondità alberga la radice di questo “amore”, in quale punto abbarbicata alle radici dell’odio…

Questo sentimento confuso e crudele che sembriamo portarci dentro da sempre, che è quell’antichissimo sentire, per cui Euripide fa dire a Giasone. che pure Medea aveva già tradita, “Oh, gli uomini altronde generar figli dovrebbero, dove che fosse, e non esister femmine. Nessun malanno allora avrebber gli uomini”.
Già, se gli uomini potessero generare da soli, e non aver bisogno di lei… Ma non c’è nulla da fare. Bisogna fare i conti con quella metà senza la quale il crescete e moltiplicatevi non funziona.
Nel teatro di Rebibbia questa settimana c’è stata una rappresentazione dell’Otello. “Othello o della verità”. Otello, tragedia del potere e della passione. E ci voleva proprio quel gruppo di attori sul palco di Rebibbia, persone recluse e studenti della facoltà di lettere e filosofa di Tor Vergata, a dare al linguaggio della tragedia voci dei nostri giorni, che nella rilettura di Giancarlo Capozzoli ( che fra le varie cose è regista e scrittore) hanno tutti gli accenti delle nostre terre….

“Un Moro bianco, e il conflitto con Iago che altro non è che l’altra faccia dello stesso volto. Un carceriere? Un oppressore, un pazzo?….” ha suggerito Daniela Morandini, che di teatro meglio di me s’intende.
Le radici dell’amore e dell’odio abbarbicate insieme. “Ti ucciderò e poi ancora t’amerò” dice Otello a Desdemona prima di soffocarla.
“Uccidimi domani” invoca lei. Ma solo Sherazade , pur prigioniera del suo re, è riuscita a moltiplicare per mille le sue notti…
Otello uccide la sua Desdemona, per meglio poterla poi amare…
Sul palco del teatro di Rebibbia, sullo sfondo di toni rossi di sangue, è il coro che, avanzando e stringendo in un cerchio Otello, e sventolando vessilli di fazzoletti, soffia: “stupido, stupido, stupido…”
Othello, o della verità…

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