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martedì 15 Ottobre 2019

Muhammad Alì prese a pugni razzismo, guerra e malattia

Muhammad Ali è morto a Phoenix, in Arizona. Era nato a Louisville, in Kentucky, nel 1942 col nome di Cassius Marcellus Clay Jr. È stato una leggenda del pugilato, ma non soltanto. Dopo aver vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma del 1960 è stato campione del mondo dei pesi massimi a più riprese tra il 1964 e il 1978. Nel 1965 si convertì all’islam e nel 1968 si rifiutò di partecipare alla guerra del Vietnam. “Non ho niente contro i vietcong, non mi hanno mai chiamato nigger”.

Cassius Marcellus Clay ha avuto tutte le stimmate del personaggio leggendario: grande pugile, si rifiutò di andare a combattere in Vietnam (“non ho niente contro i vietcong, non mi hanno mai chiamato nigger”), è sempre stato un bastian contrario orgoglioso, figlio di Cassius Marcellus Clay Senior, un pittore di insegne che aveva combattuto per i Buffalo Soldiers, prima formazione militare interamente composta da afroamericani.
Cassius Clay fu portato alla palestra Columbia di Louisville da un poliziotto, che aveva capito le potenzialità del ragazzo. E Clay alle Olimpiadi di Roma nel 1960 vinse la medaglia d’oro nei mediomassimi. Poi andò all’attacco del campione americano dei pesi massimi Sonny Liston, che aveva sconfitto Floyd Patterson.
Nel 1964 Clay sconfigge Liston per il titolo dei massimi e subito dopo si converte alla fede islamica, aderendo alla Nation of Islam e cambiando il nome in Muhammad Alì. Che successivamente sconfigge tutti gli sfidanti: Floyd Patterson, Zora Folley, George Chuvalo, Brian London , Earnie Shavers e altri.

Ma la carriera viene interrotta perché Cassius Clay si rifiuta di combattere in Vietnam . Poi, dopo dieci vittorie consecutive, conosce due sconfitte contro Ken Norton e Joe Frazier (che batte nel match di rivincita), vince contro George Foreman e ancora contro Frazier. Ma inizia, per il grande Mohammed Alì, la china discendente, anche per l’avanzare dei sintomi della sindrome di Parkinson.
Alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 fu l’ultimo tedoforo. Un grande e sfortunato campione: su 61 incontri disputati ha un record di 56 vittorie (37 per KO). La rivista Ring Magazine lo ha nominato “pugile dell’anno” nel 1963, 1972,1974, 1975 e 1978. La rivista Time lo ha inserito tra le 100 persone più influenti del XX secolo, unico sportivo insieme a Pelè e Bruce Lee.
Ha avuto quattro mogli, sette figlie e due figli. Per molti anni è stato una autentica icona del movimento afroamericano per la conquista dei diritti civili, e chi scrive ricorda le grandi pareti di tante case di Harlem, a New York, con le insegne del Civil Rights Movement, e anche di Cassius Clay.

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