martedì 20 Agosto 2019

Israele tratta coi palestinesi attraverso l’asse sunnita per dispetto a Usa e Iran

‘Netanyahu, uno schiaffo a Obama’, spara Piero Orteca che ama il paradosso, ‘la Casa Bianca esclusa dal tavolo delle trattative’. L’ultradestra israeliana arricchita dal buttafuori moldavo Lieberman alla difesa, tratta un accordo coi palestinesi attraverso la mediazione arabo sunnita. Colpo doppio. Gli Usa del detestato (da Netanyahu) Obama esclusi dalla partita diplomatica, e contro l’Iran, nemico assoluto, condiviso con sauditi e jihadisti di complicità nascoste. Partita a rischio per i palestinesi, con divertenti ‘maldipancia’ americani come sceneggiatura del racconto.

Netanyahu caccia Obama dal tavolo delle trattative coi palestinesi. Per le serie “il mondo si è girato sottosopra” e “guarda tu dove ci hanno portato le Primavere Arabe”, l’ultima notizia in ordine di tempo è di quelle che lasciano gli analisti (non tutti, per carità) a bocca aperta. Dunque, dopo avere (inutilmente) cercato di “esportare la democrazia” nella regione, gli americani sembrerebbero riusciti a “importare” solo un Everest di rogne. E che rogne!

Il leader israeliano, sempre più imbufalito per la piega presa dalla foreign policy a stelle e strisce in Medio Oriente, è sbottato come farebbe un tappo di champagne mettendo la bottiglia sul fornello del gas. “Stiamo parlando con altri leader arabi per arrivare a un Trattato di pace coi palestinesi” ha sentenziato corto e netto.

Messa così sembrerebbe una spacconata. E, invece, pare che alla Casa Bianca abbiano preso terribilmente sul serio la funesta novella. Che, in pratica, fa sloggiare Obama e compagnia non solo dalla poltrona che occupava come leader, nella regione, ma anche dallo strapuntino al quale era rimasto aggrappato.

L’attuale governo israeliano, che sogna di vedere scomparire l’attuale inquilino dello Studio Ovale tra i flutti del Potomac, ha annunciato che i colloqui vanno avanti “già da diversi mesi” col Presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi, col Principe della Corona saudita (e Ministro della Difesa) Mohammed bin Salman, col Re di Giordania Abdullah e con lo sceicco Mohamed bin Zayed al-Nayhan, che rappresenta gli Emirati Arabi.

Non solo. Ma a completare l’indigesto quadretto (per la diplomazia americana, è ovvio) Gerusalemme ha cominciato a parlare con mezza Africa: dal Presidente kenyano Uhuru Kenyatta, all’etiope Mulatu Teshome, fino all’ex amico, poi nemico, ora di nuovo amico, Tayyip Erdogan, imprevedibile padre-padrone della Turchia contemporanea. Che, detto per inciso, per ora straparla pure lui. Certo, non è tutta una clamorosa novità.

Già ai tempi di Ben Gurion gli israeliani guardavano a Turchia, Iran ed Etiopia. E lo stesso Ariel Sharon cercò di riconfermare le “special relations” coi turchi e gli egiziani. Il resto della compagnia si è aggregato al variopinto carrozzone di improbabili alleanze dopo che Obama è andato a cena con gli ayatollah. E pure a colazione e a pranzo, per non parlare della spartizione delle merendine.

Cioè, dicono a Gerusalemme, dopo che la Casa Bianca ha tirato fuori dal cilindro un bel coniglio atomico, che dava via libera agli ayatollah su un campo disseminato di tizzoni ardenti. Ma, come dicono a Napoli, “qua nisciun’è fesso”. Nessuno vuole staccarsi dalle prosperose mammelle finanziarie di Washington, ognuno lo precisa a caratteri cubitali. Ognuno, però, si sente anche libero di battere il sentiero diplomatico più conveniente.

E, alla casa Bianca, non resta altro che far finta di niente (per ora) e continuare a pagare i vari, pedaggi, balzelli, riscatti e pizzi, compresi sottobanco nei millanta accordi sottoscritti. Tutti rigorosamente ispirati dal dio dollaro. Obama, nel frattempo, inghiotte amaro. E, come la volpe con l’uva, va dicendo ai suoi “advisor” che avere “degradato” il conflitto palestinese a “questione regionale” è una cosa buona.

In fondo l’aveva chiesto anche un maître à penser del verbo conservatore, come Edward Luttwak: “Lasciate cuocere il Medio Oriente e i palestinesi nel loro brodo” aveva scritto nel suo best seller di strategia “The Middle of Nowhere” l’analista Usa. Che, detto per inciso, parla italiano meglio di tanti politicanti nostrani, che prima arrivavano dall’Irpinia e oggi scendono pure dalla Val Brembana.

Comunque, a Washington stanno in campana, e temono di essere tagliati fuori da qualche decisione di quelle storiche. Sarebbe uno smacco terribile, dopo tutti i soldi (e il sangue) versati sulla pira del Medio Oriente. E Putin? Amigos, sarà simpatico quanto un crotalo, ma ha sette cervelli. Da quando Netanyahu ha cominciato a giocare con due mazzi di carte questa risicata partita di poker, lui fa il “quarto” o il “quinto”, a seconda di chi manca.

E Obama? Per ora può fare solo il ”morto”. Nel senso che non lo invitano mai e la partita se la giocano lo stesso, anche in tre.

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