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lunedì 20 Gennaio 2020

Soldati Usa in Siria. Washington vuole Raqqa senza russi ed Assad

Siria. La foto che mostra uomini dei reparti scelti americani nel nord del Paese che indossano le uniformi dell’Ypg. Per Washington la presa della “capitale” dell’Isis, dopo i troppi successi militari russi, diventa passaggio decisivo per delineare il futuro della Siria senza Assad. Diversi spunti di Michele Giorgio su Il Manifesto.

La lettura strategica dei fatti è nel sommario: Washington ha suoi militari operativi nel nord del Paese accanto alle formazioni curde del YPG perché vuole conquistare la “capitale” dell’Isis per poter contrapporre alla Russia un suo successo militare decisivo nella contrattazione in corso per delineare il futuro della Siria senza Assad.

Una fase decisiva per la strategia di Washington. Il cosiddetto “Piano B” Usa in caso di fallimento dei negoziati e del cessate il fuoco. Realtà di fatto. Dietro la facciata della guerra all’Isis c’è però la il dopo-Bashar Assad, la transizione verso la Nuova Siria che per gli americani dovrà cominciare dal prossimo agosto, con o senza l’assenso del presidente siriano e dei suoi alleati russi e iraniani.

I mezzi d’informazione riportano i successi inattesi dei miliziani dell’Isis che si sono avvicinati per la prima volta alla zona controllata dai curdi nel distretto di Afrin. Avanzata a scapito delle milizie arabe filo-turche, strette tra jihadisti e curdi. Anche le milizie curde sono in allerta per l’offensiva dello Stato islamico a ridosso dell’area da loro controllata.

Allo stesso tempo le forze curdo-arabe appoggiate dagli Usa, le cosiddette Forze democratiche siriane (Fds), una coalizione di cui fanno parte gruppi arabi e curdi dell’Ypg, l’organizzazione siriana figlia del Pkk, proseguono l’offensiva verso Raqqa, la ‘capitale’ dell’Isis in Siria, e sono riuscite a prendere la cittadina di Ayn Issa e una decina di villaggi grazie anche alla copertura aerea della Coalizione a guida Usa.

Washington, rileva Michele Giorgio su Il Manifesto, non si farà fermare dalle urla di rabbia del leader turco Erdogan. L’Amministrazione Obama ha un obiettivo preciso: conquistare al più presto Raqqa, grazie soprattutto ai curdi, in una sorta di ripetizione della liberazione di Kobane. Vuole dimostrare che la Russia con la sua aviazione e l’esercito siriano non sono determinanti per abbattere l’Isis, anche se non convince molto osservatori il No formale alla proposta di Mosca di unire le forze e combattere insieme.

Qualcosa sì, ma tutto no, verrebbe da dire. La presa di Raqqa e delle altre porzioni di Siria nelle mani dello Stato islamico è una scommessa che gli Usa non vogliono perdere. È vitale per presentarsi a un futuro tavolo delle trattative con un’ampia parte del Paese saldamente nelle mani delle forze “moderate” e di quelle jihadiste alleate. Con possibili intese anti Assad nascoste anche con i qaedisti di al Nusra, proclamati quattro anni fa terroristi dagli americani.

Trame dietro le battaglie e vittime innocenti sul campo. La cronaca sul fronte civile ci racconta che sono decine migliaia le persone che scappano dalla nuova avanzata dello Stato islamico a nord di Aleppo e si ammassano tra il confine con la Turchia e le linee del fronte in quella parte di Siria. 165mila secondo i dati diffusi da Human Rights Watch. Uomini, donne e bambini intrappolati davanti alla frontiera chiusa da Ankara da circa un anno.

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