martedì 16 luglio 2019

La rabbia francese in piazza e le paure italiane di contagio

Su certe questioni politiche, soprattutto italiane, è più facile ottenere opinioni che informazioni. Come se un bel pezzo di giornalismo avesse rinunciato al suo mestiere, informare, dare forma, mettere assieme fatti. I perché prima delle ragioni e dei torti. Anche la rabbia francese, che non si sa molto bene da cosa nasca, come si articoli, per quali ragioni sia salita all’attuale intensità, diventa tifoseria per similitudine all’italiano ‘Jobs Act’, e trasforma incazzatissimi lavoratori francesi in filo o anti renziani.

Premessa da sommario (leggi sopra), la precisazione che Renzi non è Hollande e viceversa (pare non si siano neppure molto simpatici), e che ambedue il socialismo pare lo frequentino senza troppo zelo, andiamo in Francia tra le proteste sempre più arrabbiate, e cercare almeno di capire cosa accade, assieme ad alcuni perché muovono tanta rabbia.

La protesta contro la riforma del lavoro del governo francese, scoppiata a marzo, ha raggiunto l’apice negli ultimi giorni. Dal 23 maggio scioperano i lavoratori delle raffinerie che hanno costretto il governo a mettere mano alle riserve strategiche di carburante. Il 25 maggio si sono aggiunti i ferrovieri e il 26 il settore dell’energia nucleare, tanto che 16 delle 19 centrali francesi per un giorno hanno rallentato la loro produzione di elettricità. Cortei in molte città, uno sciopero dei lavoratori dei porti e dei dock di Le Havre e di Marsiglia e il blocco di alcune strade.

La Confederazione generale del lavoro, la Cgt, vicina al Partito comunista (là c’è ancora), il principale sindacato che si oppone alla riforma, minaccia di disturbare lo svolgimento dei campionati europei di calcio che cominciano il 10 giugno. Lo scontro si è inasprito dopo che il governo ha fatto adottare il disegno di legge all’Assemblea nazionale usando un articolo della costituzione che permette di saltare il voto dei deputati. Una forzatura simile a quella del nostrano ‘Voto di fiducia’.

Le proteste che accompagnano ogni riforma, tra chi la chiama restaurazione e chi la proclama modernizzazione? Eppure la Francia tra i Paesi Ue aveva già cambiato parecchio proprio sul mondo del lavoro, tipo la riforma delle pensioni, della disoccupazione o dell’orario di lavoro. Il problema è spesso dei tecnicismi, dicono i rappresentati sindacali che contestano, che fanno sembrare semplici modifiche che peseranno tra anni. Esempio? Oggi in Francia ci sono 38 tipi di contratti di lavoro diversi!”.

“Dagli anni novanta abbiamo assistito a un progressivo smantellamento delle conquiste sociali, da governi sia di destra sia di sinistra”, proclama la piazza francese. Ora la rottura tra gli elettori di sinistra e il governo socialista, sulle proposte della ministra del lavoro Myriam el Khomri. Nuove eccezioni al diritto del lavoro, orario di lavoro, di straordinario e di licenziamenti. Troppo e poco discusso. Anzi, neppure discusso in parlamento. Assenza di dialogo fra le autorità e i cittadini, dicono là. Da noi è la rottura della ‘Concertazione’ col sindacato.

I sindacati sono spaccati: alcuni si sono schierati a favore in nome del realismo e altri, guidati dalla Cgt, chiedono il ritiro della legge. Ma, rileva Le Monde, il premier Manuel Valls “è condannato a seguire l’attuale linea della fermezza “, preso nel mezzo tra opposizioni ufficiali da destra, quelle interne al suo partito sempre più numerose, e la contestazione aperta ormai dalla sinistra politica e sociale che in Francia ancora resiste. Col rischio che il nuovo e anche troppo cantato nuovo maggio francese si intorbidisca di violenze. Oltre alla minaccia sempre aperta del terrorismo jihadista che ha promesso.

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